Quirinale: elezione del Presidente della Repubblica e data del 3 febbraio

Continua la trattativa per l’elezione del presidente della Repubblica. Ieri,  giovedì 27 gennaio,  quarta votazione, è stata  la prima in cui ai candidati basta ottenere la maggioranza assoluta dei voti di deputati, senatori e delegati delle regioni, per poter essere eletti. Il quorum si è quindi appena abbassato dai due terzi (673 preferenze) a 505 preferenze.

Nel quarto scrutinio gli astenuti sono stati 441 mentre le schede bianche sono scese a 261. L’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella sale invece dai 125 voti di ieri a quota 166. Nino di Matteo, candidato da Alternativa c’è e dagli ex M5s al posto del giurista Maddalena, ottiene 56 voti. Otto voti per Luigi Manconi, 6 vanno alla ministra Cartabia, 5 al premier Mario Draghi, 4 ad Amato, 3 a Casini e 2 a Belloni. Le nulle sono state 5, i voti dispersi 20. In tutto i presenti sono stati 981, 540 i votanti

Non è stato ancora individuato un candidato che rappresenti il punto di caduta ideale tra le esigenze del Movimento 5 Stelle, del centrodestra e del centrosinistra. Ci si può aspettare ancora tantissime schede bianche, astensioni e un nuovo giro di riunioni in attesa della prossima votazione.

Al momento, i candidati con maggiore probabilità di essere scelti dal Parlamento in seduta comune sono ancora Mario Draghi e Pier Ferdinando Casini. Ma cosa succede se anche la giornata di oggi si concluderà con un nulla di fatto? Come è facile intuire, i lavori riprenderanno nella prima giornata utile. Resta tuttavia una scadenza, che è quella del 3 febbraio. E cosa succede se, entro i primi del prossimo mese, l’Italia si ritroverà, ancora, con la prima carica dello Stato vacante?

Prima di rispondere, un po’ di Storia. Ecco una lista di chi ci ha messo di più (e di meno) a diventare presidente della Repubblica in Italia.

Giovanni Leone, eletto dopo 23 scrutini nel 1971

Giuseppe Saragat, eletto dopo 21 scrutini nel 1964

Sandro Pertini, eletto dopo 16 scrutini nel 1978

Oscar Luigi Scalfaro, eletto dopo 16 scrutini nel 1992

Antonio Segni, eletto dopo 9 scrutini nel 1962

Giorgio Napolitano (II), eletto dopo 6 scrutini nel 2013

Luigi Einaudi, eletto dopo 4 scrutini nel 1984

Giovanni Gronchi, eletto dopo 4 scrutini nel 1955

Giorgio Napolitano (I), eletto dopo 4 scrutini nel 2006

Sergio Mattarella, eletto dopo 4 scrutini nel 2015

Francesco Cossiga, eletto dopo un solo scrutinio nel 1985

Carlo Azeglio Ciampi, eletto dopo un solo scrutinio nel 1999

Da un semplice calcolo, si può dedurre che la media per l’elezione dell’inquilino del Colle è di 9 scrutini. Un’altra osservazione potrebbe essere che non sempre il numero di scrutini è inversamente proporzionale alla popolarità di chi ricopre la carica. Sandro Pertini, di gran lunga il presidente più popolare tra gli italiani (il secondo è proprio Sergio Mattarella), con il 36,4% delle preferenze, è stato eletto infatti dopo ben 16 voti, che ne fanno l’esito della terza tornata di votazioni più lunga della storia nazionale.

Ipotizziamo adesso uno scenario – limite, ma non poi così improbabile, data la divergenza dei partiti sulle personalità fin qui individuate. L’eventualità immaginata è che, entro la data del 3 febbraio 2022 ancora non si abbia un presidente della Repubblica.

In quel giorno scade, per dettato costituzionale, il mandato di Sergio Mattarella, che, è bene non dimenticarlo ai fini di questo discorso, è ancora il presidente della Repubblica italiano. Ne consegue che l’Italia si troverà senza un uomo a ricoprire la prima carica dello Stato. Il Paese si troverebbe a vivere una situazione inedita, neppure menzionata esplicitamente nella Costituzione italiana.

Significa che non manca soltanto il riferimento normativo per sbrogliare la matassa, ma pure un precedente storico che possa fare da faro. A questo si aggiunge un’altra situazione della quale non c’è traccia nei manuali di Storia d’Italia: la pandemia. Mai, dal Dopoguerra a oggi, gli italiani si sono trovati dinanzi a una simile emergenza, tale da forzare le mani ai partiti, sia rispetto all’eventualità del voto, questa volta inteso per il rinnovo del  Parlamento e del governo, sia rispetto a eventuali vuoti ai vertici delle istituzioni.

Una possibile via di uscita potrebbe essere un bis di Mattarella, che però si è reso indisponibile, più volte e in maniera piuttosto netta (almeno considerando lo stile comunicativo che si addice alla carica), a un secondo mandato.

Più plausibile l’interpretazione di Costantino Mortati, costituzionalista e tra i padri dell’attuale assetto costituzionale. Secondo Mortati, in caso di assenza di un presidente della Repubblica, si procederebbe con una supplenza, quella della seconda carica dello Stato.

Si tratta di Maria Elisabetta Casellati, il cui nome peraltro è stato fatto nel corso delle trattative per il Quirinale. L’avvocata, classe 1946, di Forza Italia, è infatti il presidente dell’assemblea che si riunisce a Palazzo Madama. Il nome di Casellati non è piaciuto a sinistra: “Proporre candidatura Casellati fa saltare tutto”, sono state le parole tranchant del segretario del Partito Democratico Enrico Letta.

La versione del costituzionalista: non si tratterebbe di supplenza ma di impedimento. Del Parlamento e non della prima carica dello Stato

La stessa domanda è stata rivolta a Francesco Clementi, professore di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università di Perugia, durante #ilcafFLEdelmercoledi’, il settimanale di approfondimento della Fondazione Luigi Einaudi.

Per l’esperto, “l’onere della prova stavolta, nell’assenza di una disciplina costituzionale in tema, sarebbe sul Parlamento e non sul presidente Mattarella, il quale potrebbe continuare a svolgere le sue funzioni aspettando, un po’ come Godot, l’arrivo di un nuovo Presidente, in quanto è l’assemblea, e non il presidente, a essere impedito delle proprie funzioni” (questa la formula costituzionale). Mortati insomma, secondo Clementi, partirebbe da presupposti sbagliati.

“La Costituzione – ha continuato il docente – ci dice che quando il Presidente della Repubblica è impossibilitato a esercitare le sue funzioni subentra come supplente il Presidente del Senato. Credo però che in questo caso sia difficile attuare questo tipo di scelta. Innanzitutto perché non siamo mai andati oltre le “colonne d’Ercole” del mandato di un presidente della Repubblica”.

Superandole, per Clementi, “saremmo in regime di prorogatio e non di supplenza”. Quindi il compito del Parlamento sarebbe di “continuare a svolgere le sue funzioni aspettando, un po’ come Godot, l’arrivo di un nuovo Presidente”. C’è anche una soluzione alternativa: le dimissioni di Mattarella per far scattare la supplenza. In tal caso ci si ritroverebbe senza alcun dubbio all’interno dello scenario precedente, in cui Casellati va al Quirinale.

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