Ponte sullo Stretto: ‘Miliardi di euro investiti nel faraonico progetto, i vantaggi sono tali da indurre all’impresa?’

È noto che il Ponte sullo Stretto nasce in una zona sensibile: a venti e correnti, certo: ma anche con una profondità marina che non esiste neppure nella Manica e, soprattutto, ad una criticità sismica molto elevata. Lì non si muovono solo venti e correnti, in realtà si muovono anche placche continentali divergenti. Di qui, l‘alternarsi delle proposte, molte delle quali se attuate creerebbero un oggetto tecnologico senza eguali nel mondo, destinato cioè a stabilire parecchi record: di lunghezza, di altezza , di raffinatezza tecnica e architettonica, ed altro. E tuttavia,  anche in questo caso sorge spontanea la domanda: rispetto ai costi, che peseranno per decenni sul bilancio del Paese, i vantaggi sono tali da indurre comunque all’impresa? Se si attivassero dei servizi continui di navette di ultima generazione, veloci e di dimensioni tecnicamente adeguate al trasporto pubblico e privato, quei tre/quattro chilometri di mare potrebbero essere superati con una frequenza e in tempi molto più brevi di quelli odierni, tanto da non giustificare la necessità di un ponte: semmai di pontili, di ingressi e di uscite efficienti ai due estremi dello Stretto.

Più interessanti appaiono altre conseguenze economiche della costruzione di un eventuale ponte. L’impresa, che va definita inevitabilmente faraonica, si allungherebbe nel tempo sia per la costruzione che per la gestione e per la manutenzione, tanto da costituire un polo occupazionale di notevole importanza per l‘economia dell’intero Mezzogiorno.

C’è poi la variabile ambientalista e paesaggistica. Quale impatto avrebbe quel ponte, su piano ambientale, cioè naturalistico, e paesaggistico, cioè culturale ed estetico? In quell’area la Calabria manifesta delle peculiarità territoriali particolarmente interessanti , giacché il punto prescelto per il ponte giace quasi ai piedi dell’Aspromonte, mentre la Sicilia vedrebbe impegnata un‘area meno significativa rispetto al suo immediato entroterra. Ma quel che allarma gli ambientalisti è l’impatto di un gigante alto tra i 280 e i 400 metri in grado di stravolgere il profilo dell’intera area regionale. Del resto, l’alternativa di una galleria sottomarina potrebbe incidere sull‘equilibrio ecologico dello Stretto.

Questa breve storia suggerisce che bisogna stare molto attenti quando si parla di sfregio all’ambiente e al paesaggio. Il Ponte di Brooklyn, Il Golden Gate, l‘Akashi Bridge, quelli sul Bosforo, tanto per citare i più noti, oggi sono meta di turisti, sono oggetto di riproduzioni fotografiche, di poesie, di iconografie cinematografiche che ne esaltano la  “bellezza”, la tradizione storica, l’eccellenza tecnologica, persino la suggestione paesaggistica, quindi non solo e non tanto quella pratica ed economica di una mera infrastruttura di servizio. In molti casi si tratta veramente di “opere d’arte”, di arte tecnologica, che solo una male interpretata visione umanistica della cultura e dell’arte possono ignorare, sottovalutare o definire “mostri“.

Come sì vede, il Ponte dello Stretto implica molte variabili, e quasi tutte in opposizione dialettica fra di loro. Ciascuna rivela dei pro e dei contro; occorre determinare, allora, quali sono gli scopi e i benefici prevalenti, che non saranno mai del tutto oggettivi, e che neppure una Intelligenza Artificiale  potrà individuare in modo dirimente, giacché tutto sta a vedere quali input le verranno conferiti e per dare risposta a quali interrogativi.

‘Si tratta, a guardar bene, di un’ennesima spia di quanto stiamo disprezzando il nostro patrimonio naturale, una volta primo in Europa, e di quanto riduciamo tutto a una questione economica, cioè di soli denari che, come è noto, quando avremo abbattuto l’ultimo albero non saranno buoni nemmeno da mangiare’,  scrive in un suo intervento su la Stampa il geologo e divulgatore Mario Tozzi. Che poi aggiunge: «Ma è la stessa logica del ponte sullo stretto di Messina, imperdonabile stornamento di miliardi di euro pubblici che andavano semmai investiti nel risanamento antisismico delle province di Reggio Calabria e di Messina, non nello stravolgimento del paesaggio, nell’incremento del dissesto idrogeologico e nello sfregio culturale: il ponte forse reggerà ma, quando arriverà il prossimo sisma, se resterà in piedi, unirà due cimiteri. Per non dire della rete dei trasporti di Calabria e Sicilia: un’autostrada sospesa che unisce due mulattiere che non siamo nemmeno sicuri riuscirà a ospitare la linea ferroviaria ad alta velocità».

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