Migranti, primi sì della Ue al patto sui migranti

Il parlamento europeo con 322 voti favorevoli, 266 contrari e 31 astensioni ha dato il via libera finale al nuovo Patto di migrazione e asilo dei 27 portando a compimento un lungo lavorio diplomatico, con oltre tre anni di negoziato comunitario. Si compone di nove diversi provvedimenti legislativi. La Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen chiude così il suo mandato portando a casa uno dei dossier cruciali di questa legislatura. Presentato da Bruxelles nel settembre del 2020, a dicembre è stata raggiunta un’intesa provvisoria. Ora la parola passa al Consiglio: il via libera è atteso entro la fine del mese.

“Abbiamo fatto la storia, abbiamo creato un solido quadro legislativo per gestire la migrazione e l’asilo nell’Ue. Sono passati più di dieci anni di lavoro. Ma abbiamo mantenuto la parola data, e trovato un equilibrio tra solidarietà e responsabilità. Questa è la via europea”, dice su X la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, al termine del voto al Pe sul Patto per la Migrazione e l’Asilo.

Sono in tanti, a Bruxelles, a parlare di “rivoluzione” dopo l’approvazione del “patto Ue sui migranti”, che detta regole nuove e più restrittive sul fronte dell’immigrazione e dell’asilo politico. Un termine eccessivo, per i conservatori europei e la destra italiana, che non parlano di “rivoluzione”, salutano con favore alcune misure più restrittive più volte invocate anche dal premier Meloni ma ritengono che ancora tanto si possa fare per la gestione ordinata del fenomeno. La normativa sulla gestione dell’asilo e della migrazione è l’elemento principale e dovrebbe sostituire il Regolamento Dublino, che stabilisce norme per determinare quale Stato membro è competente per l’esame di una domanda di asilo. Per bilanciare l’attuale sistema, in base al quale pochi Stati membri di ingresso (tra cui l’Italia) sono responsabili della stragrande maggioranza delle domande di asilo, prevede un nuovo meccanismo di solidarietà obbligatorio, nonché misure per prevenire abusi e movimenti secondari.

L’obiettivo del nuovo accordo è superare l’approccio nazionale e stabilire regole e procedure uguali in tutti gli Stati membri dell’Ue. Il sistema prevede identificazioni e rimpatri più veloci, e una maggiore solidarietà nei confronti degli Stati di primo arrivo.

Le soluzioni approvate dall’Eurocamera non modificano nella sostanza il principio alla base del regolamento di Dublino, in base al quale la richiesta di asilo va presentata al paese Ue di primo approdo. A questo è ancora richiesto di raccogliere la domanda di asilo, gestire la persona e la pratica in tempi rapidi, ma può contare sull’aiuto degli altri, o in termini ricollocamenti o contributi finanziari.

La procedura di screening prevede che i migranti arrivati alle frontiere dell’Ue o salvati in mare (operazioni SAR, “Search and rescue”) vengano identificati entro sette giorni in centri appositi, dove verranno sottoposti anche a controlli di salute e di sicurezza. I dati biometrici (volti, impronte digitali) saranno raccolti nella banca dati Ue Eurodac (gli arrivi SAR saranno registrati separatamente per scopi statistici). È previsto un meccanismo di monitoraggio forte e indipendente in ogni Stato membro per proteggere i diritti fondamentali delle persone sottoposte a screening.

I migranti che provengono dai Paesi che hanno una bassa percentuale di richieste di asilo accolte (il 20%) saranno incanalati nella nuova “Procedura Rapida” – in modo che tutti abbiano comunque la possibilità di avere la protezione internazionale – e saranno ospitati in Centri di permanenza speciali senza avere formalmente accesso al territorio comunitario. La domanda in questo caso dovrà essere evasa entro tre mesi. Chi non avrà diritto all’asilo dovrà essere rimpatriato entro altri tre mesi. Dalla procedura saranno escluse famiglie con bambini (se non ci sarà capacità adeguati nei centri) e minori non accompagnati (a meno che non pongano un rischio per la sicurezza). La capacità viene fissata al momento in 30mila posti l’anno, in grado dunque di trattare fino a 120mila persone.

Il Patto introduce una quota standard di 30mila ricollocamenti l’anno. Ma gli Stati membri potranno contribuire con misure finanziarie (20mila euro a migrante; l’importo viene determinato sulla base di due variabili: popolazione e prodotto interno lordo) o altre misure, come la presa in carico del rimpatrio di un migrante. In caso di crisi si prevede una possibile deroga temporanea alle procedure standard di asilo e la Commissione potrà intervenire per far sì che i Paesi in questione siano ulteriormente sostenuti. Sul piatto 600 milioni di finanziamenti all’anno, di cui possono beneficiare gli stati soggetti a maggiore pressione migratoria.

Fonti del parlamento europeo spiegano che si tratta di legislazione, quindi non ci sono sanzioni specifiche per un paese che non la rispetta. Esiste, come per qualsiasi legislazione europea, la procedura di infrazione della CE, che include anche sanzioni nel caso di inadempienza, mancata ricezione o violazione (esempi). Come sempre, sono i tribunali, nazionali e europei, che dovranno fare applicare le nuove leggi. Saranno possibili ricorsi come per qualsiasi legislazione nazionale e Ue, tanto più – concludono le fonti consultate – che si tratta nella maggioranza di regolamenti che non richiedono misure legislative ulteriori per essere applicati. Inoltre il nuovo accordo lascia la responsabilità dei rimpatri ai Paesi di primo approdo.

L’Italia, come chiedeva da tempo la Meloni in tutte le sedi, non sarà l’albergo dei migranti per conto dell’Europa, ma gli altri membri dovranno accollarsene gli ingressi e le espulsioni. Ma non basta, è solo un primo passo. Rispetto ai testi iniziali della commissione Ue sono stati fatti miglioramenti, ma questo pacchetto risponde solo parzialmente al problema dell’immigrazione irregolare, secondo i conservatori europei e la destra italiana. Il pacchetto, infatti, si occupa di gestire i migranti che arrivano mentre il vero focus è e deve rimanere porre un freno alle partenze irregolari, lavorando sulla dimensione esterna come sta facendo il governo Meloni. “Nella prossima legislatura riprenderemo questi temi per ottenere risultati migliori”, annuncia Nicola Procaccini, presidente del gruppo Ecr e capogruppo di Fratelli d’Italia.

I deputati italiani del parlamento europeo hanno votato in maniera diversa. A favore quelli di Fratelli d’Italia, contrari quelli di Lega e Pd.

Una volta approvate formalmente anche dal Consiglio, le leggi entreranno in vigore dopo essere state pubblicate nella Gazzetta ufficiale dell’Ue. L’applicazione dei regolamenti è prevista dopo due anni. Per quanto riguarda la direttiva sulle condizioni di accoglienza, gli Stati membri avranno due anni di tempo per introdurre le modifiche nelle loro leggi nazionali.

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