Michelle Obama,   in pole position per sostituire Biden e sfidare Trump per la Casa Bianca

Il match politico  tra Joe Biden e Donald Trump ha originato  un vero e proprio terremoto politico tra i Democratici americani. In diretta tv il presidente in carica è apparso disorientato e stanco, non in grado di fronteggiare il passo  di Donald Trump. Nell’establishment democratico sono scattati campanelli d’allarme che hanno messo in discussione la candidatura di Biden alle prossime presidenziali, visto che così facendo si correrebbe il rischio di regalare la Casa Bianca a Trump.

Appare in pole position per risollevare le sorti dei Democratici la candidatura  presidenziale  di Michelle Obama. Tutto questo non può prescindere da una conditio sine qua non: il ritiro di Joe Biden dalla corsa per la Casa Bianca. Possibilità che viene scartata dal candidato che  rilancia: “E’ una campagna molto lunga ed un dibattito, come abbiamo visto nel 2012 con Barack Obama, non deciderà i risultati”, afferma parlando con Nbcnews una fonte della campagna elettorale. La fonte sostiene  che non è la prima volta che Biden viene dato per sconfitto da commentatori e stampa e che i democratici che esprimono dubbi su di lui sono anonimi perché in realtà il partito è al 100% a sostegno della sua candidatura. A suo dire il dibattito con Trump sarebbe finito,  “in parità”. Un consigliere di Biden alla Cnn afferma che  il presidente “si prepara al prossimo dibattito a settembre”. Biden è pronto a rilanciare e a ricalcare quanto successo nel 2012 con Obama, quando fu rieletto per il secondo mandato. Ma resta il giudizio ‘negativo’ di quasi tutti gli analisti che rilanciano il sogno proibito per i Democratici americani. Questo presuppone la rinuncia di Biden e l’ok di Michelle Obama alla corsa per conquista della Casa Bianca, unica opzione per non far vincere Donald Trump.

La sensazione che Biden non sia più in grado di reggere altri quattro anni è palpabile. Diversi big dem esprimono giudizi molto pesanti, trincerandosi dietro l’anoninato: “È stato come vedere un campione di boxe salire sul ring ormai troppo vecchio e in un momento in cui dovrebbe gettare la spugna”, ha detto a Nbcnews un deputato democratico, esprimendo la convinzione che Biden dovrebbe ritirarsi. “È arrivato il momento di avere una convention aperta ed un nuovo candidato”, gli fa eco un altro dem.

La questione più spinosa è il fatto che il nome più scontato è anche il più improbabile, quello della vice presidente Kamala Harris, confermata nel ticket anche se non ha certo brillato durante il primo mandato, con tassi di popolarità ancora più bassi di quelli di Biden, sotto il 40%. C’è poi la suggestione, tra i nomi considerati più papabili per la discesa in campo dell’ultimo minuto, del fotogenico governatore della California, Gavin Newsom, che ha come handicap la provenienza da uno Stato (la California) che non ha mai prodotto candidati vincenti, tranne Ronald Reagan.

Gli altri nomi che circolano sono nomi di fedelissimi del presidente, come il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker. Un altro nome molto papabile sarebbe quello di Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan, grande alleata di Biden, tanto da essere vice presidente della sua campagna, e nemica di Trump, che ha assunto una grande popolarità durante la pandemia. Ma il nome scelto nell’animo  dai democratici è Michelle Obama,  popolarissima ex first lady che da anni continua però a negare categoricamente ogni sua intenzione di darsi alla politica.

Dopo l’enorme successo delle sue autobiografie, che ha presentato in giro per il mondo in un tour da rockstar, Michelle Obama ora è impegnata con il marito anche in una nuova carriera di produttori cinematografici e televisivi. Le voci di una sua possibile discesa in campo in extremis – che curiosamente vengono fatte circolare con insistenza da repubblicani, in particolare trumpiani, che a scadenza regolare rivelano un piano segreto dei dem per far arrivare Michelle alla Casa Bianca – sono state alimentate dal fatto che l’ex first lady in un’intervista all’inizio dell’anno si è detta “terrorizzata da quello che può succedere alle prossime elezioni”.

Tuttavia, di sostenere pubblicamente Biden non ci ha mai pensato. E la questione non è politica, ma personale. Avrebbe infatti espresso privatamente la sua frustrazione nei confronti della famiglia Biden per aver ‘esiliato’ la sua amica Kathleen Buhle dopo il suo divorzio da Hunter Biden. Secondo quanto riferisce Axios, citando alcune fonti, le tensioni fra le due famiglie sono, almeno in parte, il motivo per cui l’ex First Lady è stata finora assente dalla campagna di Biden per la rielezione.

Nonostante l’apparenza di amicizia i rapporti fra le due famiglie sono cambiati dal 2015, da quando Obama cercò di scoraggiare la candidatura di Biden. Anche se riluttante Michelle Obama decise alla fine di fare campagna per Biden nel 2020 dopo che i democratici le avevano fatto notare che la posta in gioco era troppo alta per tirarsi fuori. I portavoce di Obama e Biden smentiscono le tensioni familiari. Michelle Obama “sostiene la rielezione di Biden”, ha fatto sapere Crystal Carson, la portavoce dell’ex First Lady. Una versione confermata dal portavoce della Casa Bianca. Ma è lo stesso che assicurava, poche settimane fa, che “il presidente Biden è in perfette condizioni fisiche e mentali”.

Ipotizzando appunto un passo indietro di Biden che, avendo concluso vittorioso le primarie il 4 giugno scorso, potrebbe conservare un ruolo di kingmaker, avendo il controllo dei delegati, nelle settimane precedenti alla convention, quando tra i dem si aprirebbe una situazione di “liberi tutti”. Per quanto riguarda del possibile nuovo candidato a livello burocratico è piuttosto difficile rimpiazzare il presidente. Tutti i cinquanta stati americani hanno già tenuto le loro primarie e Biden ha vinto la stragrande maggioranza dei delegati necessari alla nomination. Negli Stati Uniti, infatti, c’è un processo di partito specifico e organizzato da tenere in considerazione: il candidato presidenziale democratico viene scelto ufficialmente in agosto alla convention nazionale dei democratici a Chicago, dove deve ottenere il supporto della maggioranza dei delegati democratici. Questi delegati sono assegnati proporzionalmente in base ai risultati delle votazioni nelle primarie statali e sono quindi “impegnati” o “vincolati” a quel candidato. In questo sistema, un altro candidato dovrebbe ottenere più delegati del presidente per essere scelto, ma non è possibile.

Solo Biden stesso può indirizzare quei delegati a votare per qualcun altro, poiché sono obbligati a votare per lui a meno che non si ritiri prima della convention democratica. Qui è dove le sfide pratiche e politiche si fondono: Biden è l’unico che può decidere se vuole ritirarsi e nessun apparato di partito può costringerlo a farlo. E a meno che il presidente non abbia cambiato idea dopo il dibattito, non accadrà. Oltre ai limiti imposti da questo processo, ci sono anche ostacoli finanziari: solo Biden ha la raccolta fondi e la macchina politica necessaria per pubblicare annunci, organizzare eventi, assumere personale e, di fatto, gestire una campagna. Nessun altro democratico, eletto o non eletto, ha questa macchina in funzione.

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