Meloni-Salvini confronto acceso sull’Ue


Fratelli d’Italia contro la Lega per l’attacco di Marine Le Pen a Giorgia Meloni. Salvini, preoccupato dall’idea di un sorpasso, non risparmia frecciate a Forza Italia. La maggioranza va in panne sulla strada per le Europee. E mancano poco più di 70 giorni al voto.

C’erano pochi dubbi sulla strada che Matteo Salvini avrebbe imboccato in vista della campagna elettorale che porta alle Europee di giugno. Tutti fugati se mai ce ne fosse stato bisogno nelle ultime 48 ore con un deciso uno-due a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Agli alleati di maggioranza, infatti, il leader della Lega rinfaccia il sostegno alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Quello attuale e quello che potrebbe arrivare dopo il voto per un eventuale bis. Le cui quotazioni, in verità, sono in deciso calo. A differenza, invece, di quelle sulla futura maggioranza che a Bruxelles deciderà i prossimi vertici delle istituzioni comunitarie, perché non c’è sondaggio che non dia per scontata una riedizione dell’asse Ppe-Socialisti. Insomma, attaccare oggi von der Leyen significa a prescindere dall’interessata opporsi a quello che l’ineluttabilità dei numeri vede come unico campo di gioco possibile dopo il voto. Su cui anche Meloni dovrà convergere, a meno che da premier e presidente del G7 scelga di non sedersi al tavolo dell’Europa che decide. Improbabile se non impossibile. Basti pensare che nel 2019 quando era al governo della Polonia – persino il Pis di Jaroslaw Kaczynski votò per la «maggioranza Ursula».

Salvini, però, si muove in un’altra direzione. Non solo critica duramente von der Leyen, ma esclude di sostenere un futuro candidato presidente appoggiato anche da S&D. E lo fa in chiara contrapposizione con Fdi e Forza Italia. L’affondo a Meloni è arrivato sabato per bocca di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, con un inatteso attacco frontale alla premier italiana attraverso il videomessaggio consegnato alla kermesse romana di Identità e democrazia organizzata da Salvini. Quello a Forza Italia, invece, di due giorni fa . Quando il vicepremier ha tenuto a ricordare che cinque anni fa il partito oggi guidato da Antonio Tajani «ha scelto di governare l’Europa con Socialisti, sinistre, Pd, M5s e Orban». «Noi avremmo potuto farlo per convenienza e avremmo avuto titoli di elogio sulla stampa e qualche posto di sottogoverno in Ue, ma coerenza e dignità a casa mia non sono in vendita», dice Salvini.

Distanze con Forza Italia, che milita nel Ppe. Ma pure con Fdi, che aderisce sì ai Conservatori di Ecr dove c’è scetticismo verso una riedizione della «maggioranza Ursula» ma che è condizionato dai vincoli istituzionali con cui deve fare i conti la premier.

In verità, però, anche dentro la Lega in molti sono scettici sulla scelta di occupare lo spazio lasciato libero a destra da una Meloni imbrigliata da Palazzo Chigi. Soprattutto al Nord, culla dell’elettorato leghista. Dove molti dirigenti lamentano la marginalizzazione del Carroccio a Bruxelles degli ultimi cinque anni, scenario che potrebbe ripetersi se come pare scontato – ci sarà una riedizione dell’asse tra Popolari e Socialisti. Perché è il senso dei ragionamenti privati dei governatori Luca Zaia (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) essere alleati con l’utra-destra di Afd e non avere interlocuzioni che consentano di incidere nelle decisioni che contano in Ue, per il ceto imprenditoriale e produttivo che la Lega rappresenta è un problema. Non è un caso che in Lombardia dove l’avventura leghista ebbe inizio ci sia agitazione. Qualche giorno fa a Monza, è apparso l’ennesimo striscione che chiede il congresso e questo week end alla gazebata per il tesseramento in provincia di Como erano presenti solo sette gazebi (contro una media degli ultimi anni di 59).

Nel centrodestra continuano le frizioni sul futuro assetto dell’Europa. Frizioni inevitabili, certo. Imposte da una campagna elettorale condizionata dal fatto che si voterà con il proporzionale e, dunque, tutti contro tutti. Con un’inevitabile corsa a destra tra Ecr (il gruppo dei Conservatori a cui aderisce Fdi) e Identità e democrazia (quello dove milita la Lega). Un inseguimento ravvicinato che punta al terzo scalino del podio di gruppo più numeroso al Parlamento Ue, posizione da cui poi provare a condizionare la nomina del prossimo presidente della Commissione Ue. Anche se, va detto, tutti i sondaggi dicono che sarà quasi impossibile dal punto di vista dei numeri non replicare quell’asse tra Ppe e Socialisti (di gran lunga primo e secondo gruppo) che nel 2019 portò all’elezione della popolare Ursula von der Leyen.

Eppure da sabato il livello di guardia sembra essere più vicino, perché Giorgia Meloni non ha affatto gradito – per usare un enorme eufemismo – il video di Marine Le Pen ospitato alla kermesse romana di Id organizzata da Matteo Savini. Messaggio registrato e, dunque, di cui il segretario della Lega era a conoscenza. E nel quale la leader del Rassemblement National critica frontalmente Meloni. «Un premier attaccato dal palco di una manifestazione organizzata dal suo vicepremier è una cosa senza precedenti, un salto di qualità», è la riflessione che accomuna Palazzo Chigi e via della Scrofa. Tanto che domenica Meloni ha valutato anche una riposta diretta e a tono, per poi decidere di evitare di gettare benzina sul fuoco. Perché, è la riflessione della premier, dividere il centrodestra è solo un favore alla sinistra. Un segnale, però, andava dato. E così ci ha pensato Carlo Fidanza, capo-delegazione di Fdi a Bruxelles, a mettere nero su bianco il forte disappunto in un’intervista a La Stampa («da Salvini messaggi non positivi, mi ha sorpreso che la manifestazione di Id sia stata soprattutto l’occasione per distinguersi da noi e attaccare Giorgia»). Con l’europarlamentare Nicola Procaccini che ha rincarato la dose: «Un errore la mancata presa di distanze e gli applausi a Le Pen».

Meloni, a Potenza per i Patti di coesione, auspica l’unità del centrodestra e spiega che «il tema non è il presidente della Commissione Ue, ma la maggioranza che lo sostiene». D’altra parte, da premier sa bene che se il candidato alla guida della Commissione sarà del Ppe difficilmente potrà non sedersi al tavolo dove si decidono le sorti dell’Europa per i prossimi cinque anni. Nel 2019 lo fecero anche il M5s dell’allora premier Giuseppe Conte e gli ultraconservatori del Pis dell’allora primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. E che il candidato «sarà certamente del Ppe», spiega il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla presentazione del libro Nazione Europa di Claudio Tito, «lo prevedono i trattati» secondo cui «deve essere espressione del risultato elettorale». E sul fatto che i Popolari saranno il primo partito, aggiunge, «mi pare non ci siano dubbi». Tutte considerazioni a cui Salvini risponde con una nota del Carroccio: «Da mesi auspichiamo un centrodestra unito, ma fino ad oggi sono arrivati solo veti su Le Pen e gli alleati della Lega. Speriamo che nessuno preferisca governare l’Ue con Macron e i socialisti piuttosto che con la Lega e i suoi alleati». Circostanza che però Tajani esclude a priori: «Noi siamo il Ppe e non andiamo con Le Pen e con Afd».



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Fratelli d’Italia contro la Lega per l’attacco di Marine Le Pen a Giorgia Meloni. Salvini, preoccupato dall’idea di un sorpasso, non risparmia frecciate a Forza Italia. La maggioranza va in panne sulla strada per le Europee. E mancano poco più di 70 giorni al voto.

C’erano pochi dubbi sulla strada che Matteo Salvini avrebbe imboccato in vista della campagna elettorale che porta alle Europee di giugno. Tutti fugati se mai ce ne fosse stato bisogno nelle ultime 48 ore con un deciso uno-due a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Agli alleati di maggioranza, infatti, il leader della Lega rinfaccia il sostegno alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Quello attuale e quello che potrebbe arrivare dopo il voto per un eventuale bis. Le cui quotazioni, in verità, sono in deciso calo. A differenza, invece, di quelle sulla futura maggioranza che a Bruxelles deciderà i prossimi vertici delle istituzioni comunitarie, perché non c’è sondaggio che non dia per scontata una riedizione dell’asse Ppe-Socialisti. Insomma, attaccare oggi von der Leyen significa a prescindere dall’interessata opporsi a quello che l’ineluttabilità dei numeri vede come unico campo di gioco possibile dopo il voto. Su cui anche Meloni dovrà convergere, a meno che da premier e presidente del G7 scelga di non sedersi al tavolo dell’Europa che decide. Improbabile se non impossibile. Basti pensare che nel 2019 quando era al governo della Polonia – persino il Pis di Jaroslaw Kaczynski votò per la «maggioranza Ursula».

Salvini, però, si muove in un’altra direzione. Non solo critica duramente von der Leyen, ma esclude di sostenere un futuro candidato presidente appoggiato anche da S&D. E lo fa in chiara contrapposizione con Fdi e Forza Italia. L’affondo a Meloni è arrivato sabato per bocca di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, con un inatteso attacco frontale alla premier italiana attraverso il videomessaggio consegnato alla kermesse romana di Identità e democrazia organizzata da Salvini. Quello a Forza Italia, invece, di due giorni fa . Quando il vicepremier ha tenuto a ricordare che cinque anni fa il partito oggi guidato da Antonio Tajani «ha scelto di governare l’Europa con Socialisti, sinistre, Pd, M5s e Orban». «Noi avremmo potuto farlo per convenienza e avremmo avuto titoli di elogio sulla stampa e qualche posto di sottogoverno in Ue, ma coerenza e dignità a casa mia non sono in vendita», dice Salvini.

Distanze con Forza Italia, che milita nel Ppe. Ma pure con Fdi, che aderisce sì ai Conservatori di Ecr dove c’è scetticismo verso una riedizione della «maggioranza Ursula» ma che è condizionato dai vincoli istituzionali con cui deve fare i conti la premier.

In verità, però, anche dentro la Lega in molti sono scettici sulla scelta di occupare lo spazio lasciato libero a destra da una Meloni imbrigliata da Palazzo Chigi. Soprattutto al Nord, culla dell’elettorato leghista. Dove molti dirigenti lamentano la marginalizzazione del Carroccio a Bruxelles degli ultimi cinque anni, scenario che potrebbe ripetersi se come pare scontato – ci sarà una riedizione dell’asse tra Popolari e Socialisti. Perché è il senso dei ragionamenti privati dei governatori Luca Zaia (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) essere alleati con l’utra-destra di Afd e non avere interlocuzioni che consentano di incidere nelle decisioni che contano in Ue, per il ceto imprenditoriale e produttivo che la Lega rappresenta è un problema. Non è un caso che in Lombardia dove l’avventura leghista ebbe inizio ci sia agitazione. Qualche giorno fa a Monza, è apparso l’ennesimo striscione che chiede il congresso e questo week end alla gazebata per il tesseramento in provincia di Como erano presenti solo sette gazebi (contro una media degli ultimi anni di 59).

Nel centrodestra continuano le frizioni sul futuro assetto dell’Europa. Frizioni inevitabili, certo. Imposte da una campagna elettorale condizionata dal fatto che si voterà con il proporzionale e, dunque, tutti contro tutti. Con un’inevitabile corsa a destra tra Ecr (il gruppo dei Conservatori a cui aderisce Fdi) e Identità e democrazia (quello dove milita la Lega). Un inseguimento ravvicinato che punta al terzo scalino del podio di gruppo più numeroso al Parlamento Ue, posizione da cui poi provare a condizionare la nomina del prossimo presidente della Commissione Ue. Anche se, va detto, tutti i sondaggi dicono che sarà quasi impossibile dal punto di vista dei numeri non replicare quell’asse tra Ppe e Socialisti (di gran lunga primo e secondo gruppo) che nel 2019 portò all’elezione della popolare Ursula von der Leyen.

Eppure da sabato il livello di guardia sembra essere più vicino, perché Giorgia Meloni non ha affatto gradito – per usare un enorme eufemismo – il video di Marine Le Pen ospitato alla kermesse romana di Id organizzata da Matteo Savini. Messaggio registrato e, dunque, di cui il segretario della Lega era a conoscenza. E nel quale la leader del Rassemblement National critica frontalmente Meloni. «Un premier attaccato dal palco di una manifestazione organizzata dal suo vicepremier è una cosa senza precedenti, un salto di qualità», è la riflessione che accomuna Palazzo Chigi e via della Scrofa. Tanto che domenica Meloni ha valutato anche una riposta diretta e a tono, per poi decidere di evitare di gettare benzina sul fuoco. Perché, è la riflessione della premier, dividere il centrodestra è solo un favore alla sinistra. Un segnale, però, andava dato. E così ci ha pensato Carlo Fidanza, capo-delegazione di Fdi a Bruxelles, a mettere nero su bianco il forte disappunto in un’intervista a La Stampa («da Salvini messaggi non positivi, mi ha sorpreso che la manifestazione di Id sia stata soprattutto l’occasione per distinguersi da noi e attaccare Giorgia»). Con l’europarlamentare Nicola Procaccini che ha rincarato la dose: «Un errore la mancata presa di distanze e gli applausi a Le Pen».

Meloni, a Potenza per i Patti di coesione, auspica l’unità del centrodestra e spiega che «il tema non è il presidente della Commissione Ue, ma la maggioranza che lo sostiene». D’altra parte, da premier sa bene che se il candidato alla guida della Commissione sarà del Ppe difficilmente potrà non sedersi al tavolo dove si decidono le sorti dell’Europa per i prossimi cinque anni. Nel 2019 lo fecero anche il M5s dell’allora premier Giuseppe Conte e gli ultraconservatori del Pis dell’allora primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. E che il candidato «sarà certamente del Ppe», spiega il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla presentazione del libro Nazione Europa di Claudio Tito, «lo prevedono i trattati» secondo cui «deve essere espressione del risultato elettorale». E sul fatto che i Popolari saranno il primo partito, aggiunge, «mi pare non ci siano dubbi». Tutte considerazioni a cui Salvini risponde con una nota del Carroccio: «Da mesi auspichiamo un centrodestra unito, ma fino ad oggi sono arrivati solo veti su Le Pen e gli alleati della Lega. Speriamo che nessuno preferisca governare l’Ue con Macron e i socialisti piuttosto che con la Lega e i suoi alleati». Circostanza che però Tajani esclude a priori: «Noi siamo il Ppe e non andiamo con Le Pen e con Afd».

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