Meloni a “Porta a Porta”: ‘Contro la mafia è neccessario essere veloci mettendosi in discussione’

«Il fatto che la mafia oggi sia meno visibile negli attentati non vuol dire che non continui a fare i propri affari. In un momento in cui abbiamo molti investimenti, come il Pnrr, bisogna essere estremamente fermi»: il premier Giorgia Meloni, ospite di Porta a Porta che al tema dedica una serata speciale, entra subito nel vivo del discorso e mette in guardia sui rischi tentacolari che la mafia da sempre rappresenta. Una riflessione articolata, quella del presidente del Consiglio, che non può non prescindere dal passato e dalle nuove declinazioni di un fenomeno che oggi, rimarca la Meloni, si avvale di «nuove tecnologie, e di qualsiasi cosa». Motivo che spinge a «essere veloci e a  mettersi continuamente in discussione».

E ancora, andando con la memoria indietro nel tempo, Giorgia Meloni ritorna ai giorni delle sanguinose stragi di mafia in cui hanno perso la vita i due eroici magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Avevo 15 anni, mi aveva già colpito l’omicidio del giudice Falcone, il funerale. Era la prima volta che c’era stata una reazione popolare al tema della mafia – spiega il premier –. Ma il delitto Borsellino mi colpì ancora di più, perché ho pensato spessissimo che lui era perfettamente consapevole di come sarebbe andata a finire». Poi, entrando nel merito di ricordi, emozioni e suggestioni che hanno marcato nel profondo approccio e tappe del suo cammino politico, il racconto di Giorgia Meloni su quella terribile strage diventa il racconto di personaggi e di momenti epocali che hanno indelebilmente segnato la storia di un intero Paese.

«Quelle immagini – spiega infatti il presidente del Consiglio a Bruno Vespa – mi hanno portato esattamente dove sono. L’ho raccontato tante volte. È in quel 19 luglio che ho deciso di impegnarmi in politica, perché ho pensato, davanti alle immagini di quella devastazione, che non si potesse rimanere indifferenti». Non solo. Analizzando un fenomeno che ha duramente condizionato storia e immagine del Bel Paese, la Meloni aggiunge a stretto giro: «È il consenso che rende la mafia quello che è. Paolo Borsellino non poteva tornare indietro, poteva solo andare avanti per dare l’esempio». La lezione più importante: «Che non si poteva dare il proprio consenso. Sono uomini che di solito si vedono nei film, in questo tempo. Persone che – aggiunge il premier – sanno che il loro sacrificio estremo è l’unico modo per andare avanti in quella battaglia».

E a proposito di dare l’esempio, Giorgia Meloni torna sulla dimostrazione più plastica e calzante di esempio data dall’esecutivo di cui è alla guida: «Sono estremamente fiera che il primo provvedimento di questo governo, nel primo Consiglio dei ministri da presidente del Consiglio, è stato difendere il carcere ostativo». Ovvero: «Difendere uno degli elementi più forti della legislazione antimafia, nati sulla scorta di quelle stragi. Perché altrimenti, per una serie di vicissitudini, rischiavamo di smontare una delle cose più efficaci di cui l’antimafia dispone».

E infine, tracciando un bilancio e guardando alle prospettive future, la Meloni conclude: «Grazie a Borsellino, Falcone e tantissimi altri che andrebbero citati, noi una volta eravamo famosi per esportare la mafia. Adesso siamo famosi perché esportiamo l’antimafia. Siamo un modello nel mondo di lotta alla mafia. Ci chiamano a collaborare in tutto il mondo: dall’Europa fino all’America Latina». E a proposito di esempio, non si può che esserne consapevoli e soddisfatti.

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