La Cgil di Maurizio Landini ha depositato 4 quesiti referendari contro il Jobs Act: quando si vota

L’attacco della Cgil al Jobs Act si sposta su un altro livello: una delegazione del primo sindacato italiano, con Maurizio Landini in testa, ha depositato in Cassazione 4 quesiti referendari sul lavoro. La sigla sindacale punta a smantellare l’assetto della flessibilità sul lavoro introdotta a suo tempo dal governo Renzi e che negli anni ha subito diversi aggiustamenti.

Cosa c’è nel referendum della Cgil contro il Jobs Act

I primi due quesiti depositati dalla Cgil riguardano il tema dei licenziamenti. Uno, nello specifico, punta a superare il contratto a tutele crescenti e l’altro si occupa dell’indennizzo nelle piccole imprese. Il terzo quesito punta sulla reintroduzione delle causali per i contratti a termine. Oggi la materia è normata da una delega del Jobs Act e da una provvedimento del governo Meloni che lascia alle parti la possibilità di indicare esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva. Il quarto e ultimo quesito è relativo agli appalti e alla responsabilità del committente sugli infortuni.

Il voto a primavera 2025

“Aspettiamo l’uscita formale sulla Gazzetta Ufficiale dei quesiti che abbiamo presentato, ma pensiamo di poter raccogliere le 500.000 firme necessarie per il referendum entro l’estate”. Così ha detto Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Il sindacato punta a portare gli italiani al voto nella primavera del 2025.

Il Jobs Act è la riforma del diritto del lavoro voluta dal governo Renzi a partire dal 2014 e portata a compimento nel 2016 con una serie di interventi. Il Jobs Act ha rafforzato le tutele crescenti. Ha, cioè, garantito le maggiori tutele ai lavoratori all’aumentare dell’anzianità professionale. Ma soprattutto ha reso flessibile il mercato del lavoro. Prima del Jobs Act era possibile prorogare il contratto a tempo determinato una sola volta, dopo è stato possibile prorogare il contratto fino ad un numero massimo di 5 volte nell’arco di 36 mesi, indipendentemente dal numero di rinnovi contrattuali. Prima del Jobs Act i limiti al numero dei lavoratori con contratto a termine erano definiti dai contratti collettivi di riferimento, dopo (fatto salvo quanto disposto dalla contrattazione collettiva) è stato possibile assumere lavoratori a tempo determinato fino a un massimo del 20% rispetto al totale degli assunti a tempo indeterminato al 1° gennaio dell’anno di riferimento. La riforma contiene poi una serie di altri punti volti ad aumentare la flessibilità per le aziende. Ma soprattutto ha ridotto le tutele per i lavoratori nell’ambito dei licenziamenti.

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