All’Teatro Brancaccio, l’11 e il 12 aprile 2026, la compagnia Familie Flöz, composta da Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, ha portato in scena Infinita, uno spettacolo che si interroga su cosa significhi nascere e morire, e soprattutto su come questi due estremi possano essere osservati non come poli opposti, ma come momenti speculari di uno stesso misterioso processo. Ed è proprio qui che si chiariscono le cinque domande fondamentali: chi sono gli artefici di questo viaggio scenico, cosa raccontano, quando e dove prende forma questo racconto e, soprattutto, perché lo fanno, scegliendo il linguaggio universale del corpo e della maschera.
Sin dall’inizio, senza soluzione di continuità in un atto unico che rifiuta qualsiasi pausa, lo spettatore viene immerso in una dimensione visiva fortemente evocativa, in cui una sequenza di ombre proiettate dietro un telo suggerisce una sfilata, quasi una processione laica, che si configura come una metafora della vita. Le figure avanzano come in un teatro d’ombre, ricordando le ombre cinesi, e attraversano le età dell’esistenza con una naturalezza sorprendente, fino a trasformarsi gradualmente in una parata di carrozzine e bastoni. Eppure, ciò che potrebbe facilmente scivolare nel dramma viene restituito con una delicatezza tale da risultare più malinconico che triste, più contemplativo che doloroso.
In questo percorso, la compagnia non sceglie di raccontare l’intero arco della vita, ma si concentra sulle sue soglie estreme, l’infanzia e la senescenza, che emergono come territori affini, legati da fragilità comuni e da una relazione incerta con il corpo e con lo spazio. Non si tratta, tuttavia, di personaggi che crescono e invecchiano davanti ai nostri occhi, bensì di archetipi, di figure universali che non appartengono a una biografia precisa, ma a un immaginario condiviso. Ed è proprio grazie all’uso delle maschere che questa universalità diventa accessibile, perché quei volti immobili, privi di espressione e di parola, permettono a chi guarda di proiettare se stesso, riconoscendosi senza difficoltà in quelle esistenze appena accennate.
La straordinaria abilità degli interpreti risiede proprio nella capacità di costruire narrazioni complesse senza ricorrere alla parola, affidandosi esclusivamente al gesto, al ritmo, alla relazione tra i corpi. In questo modo, riescono a trasportare il pubblico all’interno di situazioni che oscillano continuamente tra comicità e commozione, dimostrando come i meccanismi più elementari del riso siano anche i più universali. Non è un caso che, tra gli spettatori, una bambina di appena tre anni abbia seguito l’intero spettacolo con attenzione e gioia, ridendo senza sosta, trasformando la sua presenza in una sorta di riflesso vivente di ciò che accadeva in scena.
Alcuni momenti risultano particolarmente emblematici, come l’interazione con il pubblico attraverso un grande pallone blu, che viene lanciato e condiviso con la platea in un gioco collettivo capace di abbattere ogni distanza, oppure la sequenza in cui i performer, impegnati a trovare una frequenza radio, costruiscono una serie di gag esilaranti basate su un equilibrio precario e su una precisione millimetrica del gesto. In queste scene emerge con forza il tema dell’equilibrio, inteso non solo come condizione fisica, ma come metafora dell’esistenza, sospesa tra stabilità e caduta, tra controllo e abbandono.
Questa stessa ricerca è stata al centro anche della masterclass condotta da Michael Vogel, che nei medesimi giorni, in uno spazio romano dedicato alla formazione, ha guidato attori e performer professionisti in un’esplorazione del lavoro con la maschera, soffermandosi in particolare sul processo di verticalizzazione del corpo, cioè su quel percorso che porta l’essere umano a conquistare la posizione eretta, in un dialogo costante con la gravità e con la terra. Un lavoro che, pur nella sua dimensione tecnica, conserva una forte componente ludica e comica, capace di rievocare le fasi dell’infanzia e, al tempo stesso, le fragilità della vecchiaia.
Il finale dello spettacolo, in cui i personaggi sembrano sollevarsi verso il cielo trasformandosi in ombre, restituisce un’immagine di morte sorprendentemente leggera, quasi un passaggio naturale all’interno di un ciclo che può essere interpretato come una linea o come un cerchio, a seconda della sensibilità di ciascuno. E quando, per i saluti, gli attori si tolgono le maschere, rivelando i loro volti e pronunciando per la prima volta poche semplici parole, l’effetto è spiazzante e profondamente comico, come se la voce, dopo tanto silenzio, fosse diventata improvvisamente superflua.
In definitiva, Infinita si configura come un’esperienza teatrale capace di rendere più sostenibili i temi più complessi dell’esistenza, alleggerendoli senza banalizzarli e restituendoli a una dimensione condivisa, in cui il riso e la malinconia convivono senza contraddirsi. Un teatro che, andando alla radice della comicità e dell’umano, dimostra come sia ancora possibile, al di là delle differenze culturali, riconoscersi negli stessi gesti, nelle stesse cadute, negli stessi tentativi di rialzarsi.
Barbara Lalle
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