Il quarantennale della Lega, tra le nostalgie di Bossi e la segreteria contemporanea di Salvini

La Lega compie quarant’anni, ed è il partito più longevo tra quelli presenti in Parlamento, guidato  dal suo segretario Matteo Salvini.

Umberto Bossi, fondatore e segretario della Lega che incassò il nove per cento  divenendo centrale, nella politica italiana. Bossi ebbe l’idea geniale di dare voce a un Nord fino a quel momento marginale nelle dinamiche politiche nazionali. L’incontro pochi mesi dopo tra lui e Silvio Berlusconi scrisse la storia – quella del Centrodestra -, che continua ancora oggi. Onore per questo al vecchio Bossi che non seppe gestire il grande successo raccolto. Travolto dalle miserie del suo cerchio magico familiare e politico, lasciò nel 2012 la guida della sua Lega ridotta a un partitino del quattro per cento.  Passò  la mano a un giovane Matteo Salvini che, nel 2013, lo sconfisse alle primarie con l’82% dei voti e tutti pronosticarono che quella storia era finita. Ma andò diversamente, con il partito che è arrivato a superare il trenta per cento, oggi seppur ridimensionato è saldamente al governo del Paese e il suo segretario è vicepremier.

Oggi, il Fondatore chiede la testa di Salvini. Bossi, ancora oggi,  vuole tenere  in palmo di mano, e in tutti i sensi, la Lega post bossiana. Bossi, come giustamente nota Sallusti, ‘non è più nella storia contemporanea, vive in un mondo tutto suo fatto di ricordi e popolato da reduci di una battaglia e di un mondo che non c’è più, quello della Padania e della sua secessione, e che mai più potrà esserci. Matteo Salvini, piaccia o no, vive la contemporaneità del mondo e della politica, Bossi e i suoi pochi seguaci sono invece come quel giapponese asserragliato nella giungla che non voleva accettare l’idea che la guerra fosse persa e quindi rifiutava di arrendersi. Merita rispetto, certo, ma fa anche tanta tenerezza’.

‘Io non c’ero 40 anni fa, sono del 1973 e ho fatto la prima tessera nel ’90. Ringrazio colui che tutto ha cominciato. Senza Umberto Bossi non saremmo qui e milioni di italiani non parlerebbero di libertà’. Matteo Salvini alla festa della Lega a Varese prova a smussare i dardi appuntiti scagliati  a Gemonio contro di lui dallo storico leader del Carroccio. Il segretario rivendica: ‘Io faccio il meglio delle mie possibilità da 10 anni, con anima, tempo e cuore e rischiando anche nel privato pur di portare avanti i nostri ideali’.  Ricorda poi  ‘di aver fatto crescere un partito che ha 500 sindaci in tutta Italia’.

Sono messaggi chieri, dopo le critiche del Senatur che ha esplicitamente sentenziato: ‘Alla Lega serve un altro leader’. Chiaro come lo è  il ricordo di Roberto Maroni, ‘che ha preso il testimone e ha guidato la Lega nei mesi più complicati’. I mesi, cioè, nei quali Bossi era travolto dall’inchiesta giudiziaria sull’ex tesoriere Francesco Belsito, quella da cui derivò il celebre buco da 49 milioni di euro per il Carroccio. Un inciso che sembra un messaggio per i nostalgici.

‘Per quello che mi riguarda – ha aggiunto Salvini – per la Lega e per l’Italia il bello deve ancora venire’. E ha concluso: ‘Se andiamo avanti insieme, non ce n’è per nessuno’.

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