“Il mio nome è Caino” fino al 9 febbraio al Roma al Teatro Brancaccino

Fino al 9 febbraio è in scena al Brancaccino di Roma “Il mio nome è Caino”, pièce teatrale tratta dall’omonimo libro uscito nel 1997, scritto da Claudio Fava, che narra del mafioso Caino e della sua amoralità.

Ad interpretarlo nella trasposizione teatrale è Ninni Bruschetta, attore messinese che ha lavorato con cineasti italiani come Sorrentino, Pif ed Infascelli fino all’intellettualissimo Battiato. Ma io lo ricorderò sempre nella serie cult Boris in cui interpreta il ruolo di Duccio, il direttore cocainomane della fotografia. E credo molti come me.

A dirigerlo, invece, in questo monologo è Laura Giacobbe, con una regia precisa e funzionale che non solo dà vita al testo ma lo esalta ponendo su palco Cettina Donato ed il suo pianoforte.

La scena, curata da Mariella Bellantone, è essenziale così come i costumi di Cinzia Preitano. Non serve molto a Ninni Bruschetta, giusto uno smoking, un papillon, una sedia e un microfono per raccontarci storie di pallottole esplose in gola, in pancia o fra gli occhi.

Per un ora ed un quarto l’attore con il suo accento siculo tiene la tesa attenzione del pubblico che beve ogni sua parola. E’ uno spettacolo forte, in cui il Male è assoluto ed è assente la minima empatia peculiare dell’essere umano. Caino non è un assassino qualunque, anzi non si definisce nemmeno tale. L’assassino è un uomo stolto, che uccide per necessità od obbedienza. Il suo è un mestiere, lui è un amministratore della morte.

Uccide come fosse un Dio, con pistole e fucili da assolto in base all’occorrenza, senza rimorso del Male né rimpianto del Bene. La guerra di mafia è aperta e bisogna conquistarsi reputazione ed ammirazione fin da subito. Caino è calmo, ha imparato l’arte della pazienza già da bambino ché mafiosi si nasce non si diventa. Una schiatta di mafiosi la sua da tre generazioni: suo nonno, suo padre, lui stesso. Ci sono mafiosi e mafiosi, però. Chi uccide per propria mano, chi invece vuol mantener monde le mani. Lui vuole fare il salto, non essere un mandante con in mano il bastone, come suo nonno. Caino imbraccia kalashnikov e revolver calibro 38. Caino racconta di se stesso, di come si diventa Caino, di quei momenti dove il tempo si ferma e delle vite vengono spezzate. Fosse quella del capo mafia palermitano o di suo stesso fratello. Non di sangue, ma di vita: Rosario che, tradito, si lascia trascinare senza urla.

Si rivolge al pubblico quasi sempre, ma in alcune parti della pièce parla ad un microfono; quando si siede e si rivolge di lato parlando ad un giudice terreno o forse divino.

Caino è un morto che parla con la voce bellissima e profonda, con interpunzioni musicali di accortissima scelta. Caino narra, canta ed affascina.

Barbara Lalle

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