Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini (sx) e il ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera dei deputati durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo. Roma, Mercoledì, 20 marzo 2024 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni with Transport minister Matteo Salvini (left) and Foreign minister Antonio Tajani in the Camber of deputies during the communications on the European Council on 21 and 22 March. Rome, Wednesday, March 20, 2024 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Elezioni europee in Italia dell’8 e 9 giugno che eleggono i 76 rappresentanti italiani al Parlamento Europeo

L’8 e il 9 giugno ci saranno le elezioni europee: quelle che servono a eleggere, tra gli altri, i 76 rappresentanti italiani al Parlamento Europeo, e a indirizzare in una certa misura l’orientamento politico e i programmi che la prossima Commissione Europea seguirà. Ciononostante, è ormai abitudine che in alcuni paesi – tra questi sicuramente l’Italia – le elezioni europee vengano considerate anche, se non soprattutto, come un voto importante per ridefinire gli equilibri politici interni tra i vari partiti: una specie di grande sondaggio politico sulla cui base ricalibrare i rapporti di forza tra i leader, sia di maggioranza sia di opposizione. Oppure una specie di elezione di metà mandato, che potrebbe confermare o modificare in tutto o in parte l’esito del voto delle elezioni politiche precedenti. È una consuetudine ben dimostrata dagli ultimi due casi.

Sulla scorta di quanto avvenne nel 2019, è dunque molto probabile che anche quest’anno gran parte dei commenti e delle analisi che accompagneranno lo scrutinio a partire dalla tarda serata di domenica 9 giugno si concentrerà sulle ripercussioni del voto sulla politica italiana.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni arriva a questa scadenza elettorale in una condizione di grande stabilità, se paragonata a Conte nel 2019. Inoltre, Meloni ha più volte ribadito che non ha intenzione di fare un rimpasto, cioè di modificare la composizione del governo in modo da renderla più coerente coi nuovi equilibri politici usciti dalle elezioni europee, proprio per evitare che eventuali sorprese elettorali si ripercuotano sul suo governo.

In ogni caso, le elezioni europee saranno prese come uno strumento per valutare la popolarità dei partiti. Anzitutto, bisognerà capire se la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrà visto consolidato il risultato ottenuto il 25 settembre del 2022, quando Fratelli d’Italia prese poco meno del 26 per cento. In una fase storica in cui il gradimento popolare verso i partiti è molto fluido e incostante, una conferma a distanza di oltre un anno e mezzo sarebbe per Meloni un’ottima notizia, e ne rafforzerebbe la leadership all’interno della coalizione di centrodestra.

Il problema per Meloni, secondo molti commentatori, potrebbe semmai essere quello di vincere troppo, cioè di ottenere un risultato che imbarazzi i suoi alleati, Forza Italia e Lega. I due partiti sono impegnati tra loro in una competizione per contendersi voti e affermarsi come seconda forza all’interno della coalizione di governo. Se uno dei due partiti dovesse andare particolarmente male, potrebbe iniziare una fase più litigiosa. I leader di Forza Italia Antonio Tajani e della Lega Matteo Salvini, entrambi vicepresidenti del Consiglio, potrebbero infatti volersi riscattare da una prestazione elettorale deludente cercando spazio e visibilità, e questo contribuirebbe a mettere a rischio la stabilità del governo. Oppure, una grave sconfitta potrebbe portare i due partiti a indire un congresso per cambiare i propri leader, e anche questo potrebbe complicare la vita del governo.

Forza Italia, che pure attraversava un periodo piuttosto difficile, alle europee aveva preso l’8,8 per cento, eleggendo 6 europarlamentari: un risultato ben inferiore al 14 per cento preso delle politiche del 2018, e che segnalava come la permanenza all’opposizione rischiava di logorare ancor più il partito. Fratelli d’Italia aveva invece dato segnali di discreta vitalità, incrementando il proprio consenso dal 4,3 delle politiche del 2018 al 6,4 per cento, riuscendo così a eleggere 5 europarlamentari.

Nel 2019 le elezioni europee furono il primo atto di una lunga crisi che portò poi alla rottura dell’alleanza di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle.

I due partiti si erano alleati a metà maggio del 2018, dopo una travagliata fase di negoziati seguita alle elezioni politiche del marzo di quell’anno. L’alleanza aveva dato vita a un governo guidato da Giuseppe Conte, che fino a quel punto era stato un avvocato perlopiù sconosciuto. Dopo i primi mesi di serenità, il governo Conte era entrato in un periodo complicato, con conflitti crescenti tra i due partiti.

La campagna elettorale si sviluppò principalmente intorno a questa dinamica di contrapposizione tutta interna al governo: il conflitto tra Lega e Movimento 5 Stelle, animato da veti e dispetti reciproci più o meno espliciti, oscurò in gran parte i partiti di opposizione. Sia il partito di Matteo Salvini sia quello di Luigi Di Maio impostarono una competizione basata su una retorica apertamente antieuropeista: importanti esponenti del M5s a gennaio incontrarono alcuni rappresentanti dei gilet gialli, esprimendo solidarietà al movimento dei rivoltosi francesi e innescando una delle più gravi crisi diplomatiche con la Francia dai tempi della Seconda guerra mondiale, quando il governo di Parigi richiamò il proprio ambasciatore.

Salvini esasperò invece le sue posizioni più reazionarie e di ostilità contro i migranti, rinsaldando i legami coi partiti di estrema destra europei ed esibendosi in atti piuttosto sguaiati di devozione religiosa, baciando in continuazione rosari e crocefissi e ammiccando alla componente più reazionaria dell’elettorato cattolico.

L’esito della campagna fu molto favorevole per l’allora ministro dell’Interno. Alle europee del 26 maggio del 2019 la Lega raddoppiò il proprio consenso dal 17,4 delle politiche al 34,3 per cento, eleggendo 28 europarlamentari; il Movimento 5 Stelle, al contrario, passò dal 32,7 del marzo 2018 al 17,1 per cento del 2019, con 14 europarlamentari eletti. In sostanza i rapporti di forza si ribaltarono, e questo spinse molti dirigenti della Lega a insistere con Salvini perché aprisse una crisi di governo per andare a nuove elezioni.

Dopo il voto seguì una fase di sostanziale paralisi dell’attività del governo. La Lega si mostrò sempre più insofferente nei confronti di alcune posizioni del M5S in tema di giustizia e di infrastrutture. In questo contesto, il 16 luglio, i 14 europarlamentari del M5S votarono a favore della nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione Europea, risultando decisivi a determinare la risicata maggioranza di appena 9 voti. La Lega, che invece votò contro, accusò il Movimento di tradimento, e di aver fatto un accordo segreto col Partito Democratico.

Pochi giorni dopo, sulla riforma della giustizia ci fu l’ennesimo aspro conflitto. Il 7 agosto, al Senato, una mozione sulla TAV – la linea ad alta velocità tra Torino e Lione – fu il pretesto utilizzato dalla Lega per aprire definitivamente la crisi di governo, che si sarebbe risolta quasi un mese dopo con la nascita del secondo governo di Giuseppe Conte, sostenuto da M5S e Partito Democratico. La formazione del nuovo governo fu dovuta soprattutto al fatto che si disse favorevole Matteo Renzi, che all’epoca era ancora dentro al PD e che per anni si era invece sempre opposto a qualsiasi accordo politico con il M5S.

Se per il partito di Salvini è certo che stavolta il consenso sarà molto inferiore, grosso modo un terzo di quello di cinque anni fa, per Forza Italia qualsiasi risultato migliore di quello del 2019 potrebbe essere positivo, anche se Tajani ha indicato come obiettivo minimo il 10 per cento. Per entrambi, prendere più voti dell’altro sarebbe comunque importante per poter poi rivendicare quantomeno un successo parziale.

Nel maggio 2014 il successo storico del Partito Democratico di Matteo Renzi alle europee servì a consolidare e per certi versi a legittimare la leadership di Renzi stesso, che era diventato presidente del Consiglio due mesi prima a seguito della decisione del PD di porre fine al governo guidato da Enrico Letta.

Quanto al centrosinistra, l’unico partito a superare la soglia dello sbarramento del 4 per cento era stato il Partito Democratico guidato da Nicola Zingaretti, che aveva ottenuto un buon 22,7 per cento, con 19 europarlamentari eletti e un primo significativo segnale di ripresa dopo il pessimo risultato delle politiche del 2018, quando aveva preso il 18,8 per cento.

Per quanto riguarda le opposizioni, invece, la segretaria del PD Elly Schlein dovrà inevitabilmente confrontarsi col 22,7 per cento ottenuto dal suo partito nel 2019. Era un’altra stagione politica e il partito non aveva ancora subito le scissioni di Matteo Renzi e Carlo Calenda nei mesi successivi al voto. Ma un risultato che sia nettamente inferiore a quello di cinque anni fa sarebbe comunque difficile da gestire per Schlein, che guida il partito da oltre un anno e fatica ancora a dargli una svolta radicale, più in linea col suo approccio e col programma con cui vinse il congresso nel marzo del 2023.

Un altro dato che verrà sicuramente commentato sarà il confronto tra le coalizioni di destra e di centrosinistra, cioè la somma di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia da un lato e di PD, M5S e altri partiti centristi dall’altro. Se nel complesso i consensi del centrosinistra saranno maggiori di quelli dei partiti al governo, le opposizioni avrebbero un’arma retorica in più per attaccare Meloni.

In questo senso, sarà dunque importante valutare la prestazione dei partiti di opposizione minori, anche se qui il confronto diretto col 2019 è più complicato da fare. Alleanza Verdi e Sinistra riunisce due partiti che cinque anni fa si presentarono divisi, senza che nessuno dei due raggiungesse la soglia di sbarramento del 4 per cento necessaria per eleggere degli europarlamentari: Europa Verde prese il 2,3 per cento, La Sinistra l’1,7 per cento. Anche +Europa di Emma Bonino mancò l’obiettivo minimo, ottenendo il 3,1 per cento dei consensi. Stavolta il partito si presenta in un ampio cartello elettorale, la lista Stati Uniti d’Europa, di cui fanno parte vari partiti centristi e moderati, tra cui Italia Viva di Renzi.

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