Crisi di governo e Mario Draghi

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha incaricato Mario Draghi di formare un esecutivo. Ora il pressing è ben preciso, è affinché ci sia un esecutivo politico, che non sia formato da tecnici e soprattutto che tenga ben presente il programma della maggioranza.

Renzi ha portato tutti, il Partito democratico, i Cinque Stelle, l’intera opposizione esattamente dove voleva, all’incarico all’ex presidente della Banca centrale europea.  Ce n’è uno al mondo attrezzato meglio di Draghi a gestire i 209 miliardi del recovery fund  per rinsaldare le fondamenta economiche a beneficio di tutti?

Disarmante è il collasso del Partito democratico che  sono andati avanti a dire o Conte o voto, cioè con un piano A debolissimo e un piano B inesistente, oppure esistente ma devastante, come ha spiegato ieri sera Sergio Mattarella senza sbagliare una sola sillaba: lasciamo perdere la pandemia, tanto ormai le centinaia di morti quotidiane ci fanno l’effetto soporifero della statistica, ma andare a elezioni significherebbe esporsi almeno per i prossini tre mesi alle spietatezze del mercato  e significherebbe non riuscire a presentare un progetto per il recovery almeno fino a giugno. Il Pd non aveva un piano alternativo.

Se affonda l’ipotesi di Draghi dopo questo formidabile fallimento della politica, dopo questa spettacolare prova di impotenza ma soprattutto di inettitudine, il sistema è completamente saltato, è saltato il Paese.

La linea del Movimento 5 stelle resta ostile ad un esecutivo vissuto come espressione dei poteri forti, dell’establishment, per usare le parole di Di Battista e gli input di Beppe Grillo.

Bisogna evitare una spaccatura, il ‘refrain’ di ‘big’ e vertici pentastellati. Già martedì sera al Senato si era tenuta una riunione in cui è stato chiesto di evitare divisioni. Ma l’ala che guarda con maggior favore all’ex numero uno della Bce si sta facendo sentire. I pentastellati in ogni caso avvertono sui rischi ai quali potrebbe andare incontro qualora scegliesse la strada delle mani libere.

“Per qualunque misura a livello parlamentare si deve sempre o comunque passare da noi”, ha sottolineato Crimi: “Noi siamo determinanti anche nel caso in cui dovesse nascere questo governo. Non si è ancora decisa la strada da percorrere, c’è chi non esclude che possa essere quella dell’astensione ma tutto dipenderà dalle mosse di Draghi che nel suo primo discorso ha sottolineato la volontà di rivolgersi ai partiti. Un modo per far capire che non intende fare da solo”. Ma le forze di maggioranza e opposizione non nascondono i timori per un possibile ‘commissariamento’ della politica. Nel Pd c’è chi non nasconde una certa irritazione nei confronti di chi non punta ad un sì senza se e senza ma.

“Non ci devono essere degli ostacoli, dobbiamo creare le condizioni per far nascere l’esecutivo”, osserva un ‘big’ dem. L’obiettivo del fronte rosso-giallo sarà quello di ricercare una posizione comune ma “occorrerà che Conte non si metta sulle barricate, portandosi con sé un pezzo del Movimento”.

Anche il centrodestra riunito da Salvini punta alla compattezza. No pregiudizi, eventuale sì ad un governo a tempo, ascolteremo le sue proposte: questo, in sintesi, il pensiero del leader della Lega che ribadisce quale sarebbe la strada maestra, ovvero quella del voto.

Se almeno una parte dei 5 Stelle passerà all’opposizione, i voti del centrodestra diventeranno decisivi per far nascere e sostenere il governo Draghi. Con Lega e FdI che vincono in ogni caso, e si prenderebbero il paese sicuramente subito, probabilmente tra un paio d’anni, la partita più delicata e potenzialmente profittevole la gioca Forza Italia. Tornare al governo sostenendo Draghi o lasciarsi sedurre dalle sirene di Salvini e Meloni, che in cambio di elezioni immediate a Berlusconi potrebbero offrire il Colle più alto tra un anno?

Una parte di FI punta ad appoggiarlo incondizionatamente.

Mattarella chiede una squadra di alto profilo e in questo gruppo di lavoro potrebbe entrare Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale. Per lei potrebbero aprirsi le porte del ministero della Giustizia, quello di Bonafede. Un’altra casella in cui Draghi dovrà trovare una personalità di valore assoluto è quello della Sanità. I rumors delle primissime ore suggeriscono di guardare alle eccellenze italiane fuori dai confini del Paese. In particolare ad Ilaria Capua, che ha già avuto un’esperienza parlamentare nella scorsa legislatura, dunque conosce certe dinamiche, e oltretutto gode di una stima internazionale.

Fondamentale anche la questione dei dicasteri che dovranno gestire il Recovery Fund, in particolare quello diretto da Gualtieri. Per il Ministro dell’Economia il nome che circola già è quello di Fabio Panetta, membro italiano dell’esecutivo Bce, la cui esperienza è sulla carta una garanzia di profonda professionalità e competenza. Ma l’operazione Next Generation Eu, per funzionare, ha bisogno di un valido ufficiale di collegamento con l’Europa. In questo caso, per la figura di ministro dei rapporti con l’Ue si fa il nome di Carlo Cottarelli, grande conoscitore dell’economia ma con buoni rapporti con le istituzioni Ue. Infine, allo Sviluppo economico, è forte la candidatura di Enrico Giovannini, economista ed ex ministro del Lavoro nel governo di Enrico Letta.

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