Ambrogio Crespi: “Grazie a Mattarella per la grazia. Ora educare i giovani alla legalità”

“Provo una profonda gratitudine per il Presidente Sergio Mattarella, per il ministro della Giustizia Marta Cartabia e tutte le istituzioni che hanno dato un segnale di cambiamento con un atto di grande coraggio. Hanno voluto lanciare un messaggio molto chiaro e semplice a tutti: bisogna credere nella giustizia, sempre. Io ci credo e continuerò a crederci, sempre. Adesso proseguo il mio lavoro con un importante progetto “Spes Contra Spem 2 e conto di tornare al Festival di Venezia anche con questo docufilm, dopo esserci già stato nel 2016 con Spes Contra Spem – Liberi Dentro” insieme al Ministro della Giustizia dell’epoca Andrea Orlando, prodotto da Nessuno Tocchi Caino e quest’anno con il docufilm di Simona Ventura “Le 7 Giornate di Bergamo”, prodotto da PSC, l’azienda per cui lavoro, Addictive Ideas e SiVa, che racconta del miracolo degli Alpini nella costruzione dell’ospedale nella Fiera di Bergamo durante la prima ondata Covid, di cui sono autore”.

Ambrogio Crespi, che ha ricevuto la grazia parziale dal presidente della Repubblica, dopo essere stato condannato a sei anni di reclusione per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, per fatti commessi dal 2010 al 2012, per il quale è stata disposta una riduzione della pena di un anno e due mesi, ha la voce ferma, decisa quando pronuncia queste parole. E sono parole sincere le sue. Potrebbe sparare a zero contro il ‘sistema giustizia’ in Italia, utilizzare parole di piombo contro la magistratura per il calvario che ingiustamente ha vissuto ed invece non lo fa. Anzi. Lui nella giustizia ci crede, eccome. Guai a screditarla, sottolinea più volte Crespi. “Ci credo disperatamente perché se non credi nella giustizia non c’è più futuro per lo Stato”. È un uomo tosto che non accetta mezze misure anche se a volte più che l’emozione è l’incredulità per quanto vissuto a rendere la sua voce a tratti ‘triste’. Ed ha ragione Ambrogio Crespi. È difficile trovare una persona che in totale ha trascorso, ingiustamente, 306 giorni di carcere, 200 giorni nel 2012 e 106 nel carcere di massima sicurezza di Opera a Milano, e sentirlo parlare bene di giustizia. Anzi difenderla a spada tratta quale ‘perno fondamentale per un futuro migliore della società’. Ma lui è fatto così. “Pago forse anni ed anni di denuncie contro tutte le mafie, non lo so, ma di sicuro questo non mi fermerà. Ora voglio combattere in tutte le sedi opportune affinché venga dichiarata definitivamente la mia innocenza e parallelamente continuerò la mia battaglia, con più forza di prima, in tutte le sedi opportune per far accertare la mia innocenza”. Forse una risposta a quanto accadutogli potrebbe esserci e va visto nella lotta culturale contro la mafia sia professionalmente che quando era detenuto. “In carcere ho sempre dimostrato che ero e sono contro la mafia cercando di dare un segnale di legalità e di cambiamento anche ai detenuti. Infatti, il Tribunale di Sorveglianza, quando mi ha scarcerato, ha detto che sono sul binario della legalità”. E ribadisce che “utilizzando i tasti giusti anche i detenuti possono cambiare ed intraprendere la strada della legalità”. Una idea che ha sempre portato avanti con progetti e documentari. A partire da ‘Terra Mia’ che rappresenta un manifesto culturale contro la ‘ndrangheta e tutte le altre mafie. Per passare poi a ‘Malaterra’ in cui denuncia il dramma della terra dei fuochi. Crespi ora non inizia un nuovo capitolo della sua vita. Continua semplicemente quello che fino ad ora ha fatto: una battaglia culturale per sensibilizzare i giovani a lottare contro ogni tipo di mafia. “E’ questa la vera scommessa che dobbiamo vincere oggi. Dobbiamo dare ai giovani un modello diverso, un modello di legalità diametralmente opposto al falso mito incarnato dalla criminalità”, dice il regista. E tutto ruota attorno alla cultura, non solo scolastica. “Noi – scandisce con voce forte Crespi – abbiamo un dovere culturale nei confronti dei giovani. Dobbiamo riuscire a spostare la criminalità verso la legalità. Occorre tagliare la manovalanza giovanile a tutti i tipi di mafie”. E questo per il regista può avvenire solo attraverso il concetto di legalità e cultura da trasmettere ai giovani. “I ragazzi di oggi, come ho potuto constatare in alcuni zone d’Italia, non devono pensare che se il genitore è in carcere loro devono considerarsi migliore dei propri coetanei. Loro, purtroppo, vivono questo falso mito ed è nostro compito rompere questa equazione: mio padre è un boss, è in carcere e quindi io, giovane, sono una persona che conta e devo seguire le orme di mio padre. Ed è proprio questo modus operandi concettuale – ribadisce Crespi – che noi dobbiamo rompere. Altrimenti perdiamo tutti. E poi così facendo togliamo anche manovalanza alla criminalità”. Non tutti i ragazzi di oggi, però, soprattutto in alcuni quartieri di Napoli, solo per fare un esempio, sono così. La speranza per rompere questo incantesimo c’è. E Crespi l’ha vissuto in prima persona. “Il compito, l’ennesimo, di noi registi di ‘denuncia’ anche con l’aiuto della scuola è quello di entrare nelle aule e parlare con i giovani e far capire loro quanto è bella la legalità. E per fortuna esistono devi giovani che non sono omertosi. È una battaglia difficile da vincere ma come spesso è capitato al termine della proiezione di alcuni documentari contro le mafie ci sono state risposte positive da parte dei giovani. E questo ci deve dare coraggio”, conclude Ambrogio Crespi.

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