{"id":460028,"date":"2026-09-25T12:37:49","date_gmt":"2026-09-25T10:37:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.progettoitalianews.net\/news\/?p=460028"},"modified":"2026-09-25T12:37:50","modified_gmt":"2026-09-25T10:37:50","slug":"onu-xi-e-trump-per-una-coesistenza-pacifica-netanyahu-parla-dinanzi-a-unaula-semideserta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.progettoitalianews.net\/news\/onu-xi-e-trump-per-una-coesistenza-pacifica-netanyahu-parla-dinanzi-a-unaula-semideserta\/","title":{"rendered":"ONU, Xi e Trump per una coesistenza pacifica. Netanyahu parla dinanzi a un\u2019aula semideserta"},"content":{"rendered":"<p>La giornata delle Nazioni Unite consegna due immagini difficili da conciliare e proprio per questo significative. Da una parte Donald Trump e Xi Jinping, alla Casa Bianca, parlano della necessit\u00e0 di evitare uno scontro tra Stati Uniti e Cina e di mantenere la competizione entro limiti che non trasformino la rivalit\u00e0 in conflitto. Dall\u2019altra, a New York, Benjamin Netanyahu prende la parola davanti a un\u2019Assemblea generale in larga parte svuotata dalle delegazioni che scelgono di abbandonare la sala al suo ingresso. Due fotografie della stessa giornata che raccontano, con linguaggi diversi, la crisi dell\u2019ordine internazionale e la difficolt\u00e0 della diplomazia nel ricostruire un terreno comune. Xi ha insistito sul principio secondo cui Cina e Stati Uniti, in quanto grandi potenze, avrebbero interesse alla cooperazione e subirebbero entrambi le conseguenze di un confronto aperto. Trump, pur mantenendo una linea di forte competizione con Pechino, ha scelto di incontrare il presidente cinese in un momento nel quale il rapporto tra le due maggiori economie mondiali continua a rappresentare uno dei principali fattori di equilibrio o di instabilit\u00e0 del sistema internazionale. La formula della \u201ccoesistenza pacifica\u201d non cancella le divergenze commerciali, tecnologiche e strategiche, ma indica almeno la consapevolezza che una competizione senza regole avrebbe costi difficilmente controllabili. \u00c8 un punto che va oltre il rapporto bilaterale tra Washington e Pechino. In un mondo segnato da guerre regionali, crisi energetiche, riarmo e crescente contrapposizione tra blocchi, la capacit\u00e0 delle grandi potenze di mantenere aperti i canali di comunicazione diventa una condizione preliminare per affrontare anche le crisi che non riguardano direttamente i loro territori. La diplomazia non risolve automaticamente i conflitti, ma senza diplomazia i conflitti tendono a diventare pi\u00f9 difficili da contenere. La scena dell\u2019Assemblea generale offre per\u00f2 un\u2019immagine opposta. Quando Netanyahu \u00e8 salito sul podio, decine di delegazioni hanno lasciato l\u2019aula. La sala \u00e8 rimasta visibilmente semivuota mentre il premier israeliano pronunciava il suo discorso, respingendo le accuse rivolte a Israele e difendendo le operazioni militari condotte dal suo governo. Netanyahu ha reagito definendo \u201ccodardi morali\u201d coloro che avevano abbandonato la seduta e ha rivendicato la posizione israeliana sulla guerra e sulla minaccia rappresentata dall\u2019Iran. Non \u00e8 soltanto una contestazione protocollare. Il vuoto nell\u2019aula \u00e8 diventato esso stesso un messaggio politico, indipendentemente dalle valutazioni che si possono dare sulle responsabilit\u00e0 e sulle ragioni delle diverse parti. Una parte consistente della comunit\u00e0 internazionale ha scelto di manifestare il proprio dissenso attraverso l\u2019assenza, mentre Netanyahu ha scelto di utilizzare il podio per ribadire senza concessioni la posizione del governo israeliano. Il risultato \u00e8 una fotografia di distanza diplomatica, nella quale il luogo concepito per il confronto tra gli Stati appare incapace, almeno in quel momento, di produrre un linguaggio condiviso. \u00c8 questa la contraddizione che emerge dalla giornata. Mentre Washington e Pechino riconoscono pubblicamente la necessit\u00e0 di evitare che la competizione degeneri in uno scontro, alle Nazioni Unite il confronto sul Medio Oriente continua a consumarsi in un clima di contrapposizione estrema. E proprio l\u2019ONU, che dovrebbe rappresentare il principale spazio istituzionale nel quale le divergenze vengono trasformate in negoziato, appare sempre pi\u00f9 spesso come il luogo nel quale le fratture vengono semplicemente rese visibili. Il problema non riguarda soltanto Israele, n\u00e9 soltanto il conflitto di Gaza. Riguarda la credibilit\u00e0 stessa del multilateralismo. Se le grandi potenze riescono a parlarsi soltanto quando i loro interessi coincidono e se le crisi regionali diventano occasioni per irrigidire ulteriormente i fronti, l\u2019architettura internazionale perde progressivamente la sua funzione di contenimento. Il rischio \u00e8 che la politica mondiale venga affidata sempre pi\u00f9 alla forza, alle alleanze contingenti e alla capacit\u00e0 di imporre fatti compiuti, mentre gli organismi multilaterali rimangono spettatori delle crisi. La visita di Xi alla Casa Bianca e il suo colloquio con Trump mostrano tuttavia che la competizione tra grandi potenze non esclude necessariamente la ricerca di una formula di convivenza. Xi ha parlato esplicitamente della necessit\u00e0 di mantenere un dialogo tra gli eserciti e di prevenire le crisi, richiamando anche il rischio della cosiddetta trappola di Tucidide. \u00c8 una prospettiva pragmatica: non la cancellazione delle differenze, ma il tentativo di impedire che le differenze producano un conflitto irreversibile. La lezione per l\u2019Europa e per le Nazioni Unite \u00e8 evidente, ma non semplice. La pace internazionale non pu\u00f2 essere costruita soltanto attraverso dichiarazioni solenni. Richiede meccanismi di comunicazione, negoziati, garanzie e soprattutto la disponibilit\u00e0 degli attori coinvolti a riconoscere che nessuna potenza pu\u00f2 ottenere indefinitamente sicurezza attraverso la sola forza. Il confronto tra Washington e Pechino dimostra che anche una rivalit\u00e0 profonda pu\u00f2 essere accompagnata dalla ricerca di regole. La scena dell\u2019ONU dimostra invece quanto rapidamente il dialogo possa interrompersi quando le posizioni diventano inconciliabili. L\u2019aula semivuota davanti a Netanyahu rimarr\u00e0 probabilmente una delle immagini pi\u00f9 forti di questa sessione dell\u2019Assemblea generale. Ma non dovrebbe essere interpretata soltanto come la fotografia dell\u2019isolamento di un governo. \u00c8 anche il simbolo di una diplomazia internazionale che fatica a trovare parole comuni davanti a guerre che si trascinano e a interessi che diventano sempre pi\u00f9 divergenti. Se la comunit\u00e0 internazionale vuole evitare che il XXI secolo sia definito dalla contrapposizione permanente, la strada indicata da Washington e Pechino \u2014 competere senza trasformare la competizione in guerra \u2014 dovrebbe almeno diventare un principio di metodo. La coesistenza pacifica non significa concordare su tutto. Significa accettare che l\u2019avversario esista, mantenere aperto il canale del dialogo e riconoscere che esistono conflitti nei quali una vittoria totale \u00e8 spesso soltanto l\u2019anticamera del conflitto successivo. \u00c8 un principio difficile da applicare e ancora pi\u00f9 difficile da mantenere nei momenti di crisi. Ma davanti alle sedie vuote dell\u2019ONU e alle tensioni che attraversano il sistema internazionale, resta una delle poche alternative alla logica secondo cui ogni contesa debba necessariamente concludersi con un vincitore e uno sconfitto.<br \/>\nAndrea Viscardi<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La giornata delle Nazioni Unite consegna due immagini difficili da conciliare e proprio per questo significative. Da una parte Donald Trump e Xi Jinping, alla Casa Bianca, parlano della necessit\u00e0 di evitare uno scontro tra Stati Uniti e Cina e di mantenere la competizione entro limiti che non trasformino la rivalit\u00e0 in conflitto. 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