Antonio Latella firma al Teatro Vascello uno spettacolo che trasforma la scena in atto collettivo di resistenza
In scena dal 15 al 18 gennaio 2026 al Teatro Vascello di Roma, Wonder Woman di Antonio Latella e Federico Bellini non è semplicemente uno spettacolo ispirato a un fatto di cronaca, ma un’operazione teatrale necessaria, capace di trasformare un episodio giudiziario in un discorso molto più ampio sulla verità, sul corpo femminile e sullo sguardo della società.
Il punto non è la ricostruzione del processo né la riproposizione di una singola sentenza: quel fatto diventa un’origine, un detonatore da cui si sprigiona una riflessione che attraversa il presente con forza e lucidità. Latella evita il rischio del teatro-dossier e costruisce invece uno spazio scenico in cui la cronaca viene superata, lasciando emergere una dimensione politica ed emotiva più profonda.
L’impianto narrativo è dichiaratamente contemporaneo. Il testo procede come un flusso verbale compatto, sostenuto da una coralità rigorosa e potentissima. Le quattro interpreti in scena – Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti – dimostrano una precisione tecnica notevole, muovendosi con sicurezza all’interno di una partitura complessa fatta di botta e risposta, dichiarazioni scandite, momenti in coro e improvvise accelerazioni. La parola non è mai illustrativa, ma arriva con forza, attraversando lo spettatore in modo diretto.
Elemento centrale e altamente simbolico è la presenza delle scarpe rosse, chiaro riferimento all’opera Zapatos Rojos dell’artista messicana Elina Chauvet, che ha trasformato un oggetto quotidiano in un segno universale contro la violenza sulle donne. In scena, quelle scarpe diventano corpo politico, memoria, assenza che pesa. Non un richiamo decorativo, ma un’immagine necessaria, capace di legare il teatro a una lotta che esiste ben oltre il palcoscenico.
Wonder Woman non si concentra sul singolo caso da cui prende avvio, ma apre a considerazioni più ampie sulla giustizia, sul linguaggio, sulla responsabilità collettiva. È la comunità, più che il tribunale, a essere chiamata in causa. Il teatro diventa così un luogo di pensiero e di presa di posizione, non di mera ricostruzione.
Nella parte finale, volutamente dilatata, lo spettacolo si apre a una dimensione fortemente simbolica che richiama il teatro politico degli anni Settanta, rielaborandone però i codici in chiave contemporanea. Le attrici attraversano il palco in una sorta di sfilata rituale, indossando grandi monili e una pettorina rossa, quasi un’armatura primitiva fatta di legnetti. Un’immagine potente, che evoca insieme protezione, sacrificio e lotta.
Da questa processione nasce un movimento danzato che inizialmente spiazza, ma che progressivamente cresce fino a diventare travolgente. È un finale che non cerca una chiusura razionale, ma un rilascio emotivo collettivo, capace di sciogliere il pubblico e di lasciare un segno profondo.
Al Teatro Vascello di Roma, Wonder Woman si impone come un lavoro forte, necessario, che dimostra come il teatro possa ancora essere uno spazio vivo di interrogazione politica ed emotiva. Un atto di resistenza che passa attraverso il corpo, la parola e il simbolo, e che chiede allo spettatore non solo di guardare, ma di prendere posizione.
Barbara Lalle
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