Vizzini: “No a decreto legge per cambiare il Porcellum, è suicidio della politica”

Eliminare il Porcellum e varare una nuova legge elettorale attraverso lo strumento del decreto legge porterebbe la politica al suicidio. Una visione apocalittica della scienza del governo, di cui il presidente della  Commissione Affari Costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, ha il copyright.  “Se passasse la riforma della legge elettorale per decreto sarebbe il suicidio definitivo della politica, un’abdicazione ai compiti propri e quindi un tentativo di suicidio degli attuali partiti”, ha ribadito Vizzini intervenendo al programma “Prima di tutto”, in onda su Rai Radio1.

Il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato ha però ammesso il ritardo della politica italiana sui tempi della riforma: “tutti dicono di volerla ma il tempo che ci stiamo mettendo induce a legittimi sospetti”. “E’ da sei anni, da due legislature, che i parlamentari vengono eletti in modo tale da avere un rapporto stretto con i palazzi che li nominano ed un rapporto sempre più tenue con la società – osserva il senatore del Pdl -. C’è da tenere conto che i deputati eletti almeno una volta con il voto di preferenza alla Camera sono stati meno di cinquanta, e questo evidentemente ingenera paure di concorrenza. E’ evidente che con il voto di preferenza oggi un consigliere regionale che voglia candidarsi ha un rapporto con gli elettori molto più forte di quello che ha un parlamentare. E ricordo a tutti che alla Camera alcune votazioni su questo tema si faranno a scrutinio segreto”. Alla domanda se il governo potrebbe cadere sulla riforma elettorale, il presidente Vizzini, ha sottolineato: “Il governo è già considerato al capolinea, la testa della politica è già alla campagna elettorale. La chiusura delle primarie del Pd vedono un partito che è già in campagna elettorale e gli altri si stanno preparando. Il problema che cambiare al volo lo strumento della campagna elettorale in così poco tempo, rende tutti con la testa rivolta a ciò che li danneggia di meno e a ciò che può dare il maggior vantaggio. E questa non è la migliore condizione per fare una buona riforma”.

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