“Viaggi iniziatici. Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri” di Emanuele Trevi

Tratta di viaggi iniziatici e dei loro resoconti libreschi Viaggi iniziatici. Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri, il nuovo libro di Emanuele Trevi, vincitore con il suo Due vite del Premio Strega 2021, edito da UTET.

Ma cosa si può intendere per “viaggio iniziatico”? Lo scrittore romano risponde subito: sono esperienze scandite da due momenti fondamentali: «il primo è l’allontanamento da casa, dalle proprie rassicuranti abitudini di vita e di pensiero, dalla rete delle protezioni sociali e culturali che sostengono la nostra esistenza. Questo è il viaggio vero e proprio, ma perché si possa parlare di iniziazione, all’allontanamento deve seguire quella che si potrà definire una morte simbolica. Una tale metamorfosi, vale a dire, della coscienza di sé e del mondo da far sì che colui che fa ritorno non sia più la stessa persona che era partita.»

Gli esempi addotti sono molteplici: Andrea o I ricongiunti di Hugo von Hofmannsthal e Il monte analogo di René Daumal, ad esempio. Tuttavia, Trevi, decide deliberatamente di disinteressarsi delle opere di finzione, rivolgendosi al campo dei resoconti di viaggi e spedizioni: «Fin dall’inizio, ho concepito questo libro come una specie di manuale, la mappa di un genere letterario meno conosciuto di altri, ma capace di ispirare autentici capolavori della prosa moderna, Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin come Il pesce-scorpione di Nicolas Bouvier o Gli anelli di Saturno di W.G. Sebald. E le esplorazioni tibetane di Alexandra David-Néel. O ancora il Viaggio in Armenia di Mandel’štam.»

Ecco allora Dio d’acqua di Marcel Griaule: «Molto raramente, in tempi moderni, una trasmissione di conoscenze metafisiche ha avuto luogo con la completezza e la necessità raccontate da Griaule». Il libro è il racconto della spedizione etnologica fra i Dogon del Mali e della di Ogotemmeli, un vecchio cacciatore depositario di un sapere millenario tramandatogli da generazioni: «per trentatré giornate, nel cortile della sua casa di Ogol Basso, i gomiti poggiati sulle ginocchia e le dita intrecciate sulla testa per favorire la concentrazione, Ogotemmeli aveva raccontato all’etnologo un’intera mitologia, di strabiliante raffinatezza e complessità. L’acqua ne era il cuore, ma non c’era evento, materia, utensile che non fosse compreso nel sistema, legato a un numero e a un nome, inserito in una storia proveniente dalle Origini. Per l’etnologo, era come stare seduti di fronte a Esiodo, e ascoltare direttamente dalla sua bocca le storie degli dèi greci.»

Si pensi oppure agli scritti di Antonin Artaud sugli indios Tarahumara e il rito del peyotl: «L’incontro con i Tarahumara, nella tarda estate del 1936, rappresenta nella vita di Artaud un autentico valico, il passaggio avventuroso e irreversibile a un Altrove che si configura sia come una rivelazione, sia come la riconquista di un’origine, di una fonte ancora intatta di energie metafisiche capaci di vibrare fino alle soglie della morte. Materialmente, la permanenza sulla Sierra Madre del Norte si concluse in poche settimane. Ma nei dodici anni che gli restavano da vivere, i Tarahumara si insediano stabilmente nell’opera di Artaud, assieme alle forme del paesaggio della Sierra, ai simboli geometrici tessuti sui vestiti, alla memoria dei riti e delle danze.»

Senza necessità di raggiungere luoghi remoti e impervi si consuma la riflessione di Mircea Eliade sui riti d’iniziazione dei Karadjeri, popolo di aborigeni australiani. L’occasione è quella di un ciclo di lezioni all’Università di Chicago: «Nelle società tradizionali come quelle degli aborigeni australiani, o in tante religioni antiche, appare vivissimo, alla luce dei documenti e delle testimonianze, il sentimento di una irrimediabile insufficienza della nascita naturale. A un determinato grado dello sviluppo biologico e psicologico, interviene la necessità di rifondare l’individuo, consentendogli l’accesso a quella dimensione sacrale dell’esistenza che è la sede di ogni significato, di ogni verità imperitura.» Ecco così materializzarsi «un mondo di ragazzi separati dalle madri e dai villaggi natii, circoncisioni e ferite rituali, morti simboliche di ogni specie, regressioni allo stato uterino, lunghi soggiorni in grotte e sulle cime degli alberi, segregazioni nelle foreste e attese di spiriti protettori, digiuni, metamorfosi in belve, discese negli inferi e ascensioni al cielo, malattie nervose interpretate come segni di elezione e vocazione…»

Il merito di Eliade è di aver «intuito meglio di altri come la grande letteratura moderna abbia ereditato e riformulato esperienze spirituali appartenenti a un passato addirittura ancestrale della storia umana. La differenza sostanziale sta nel fatto che le società arcaiche sono comunità unite dalle stesse credenze e dagli stessi valori, mentre nel mondo secolarizzato degli scrittori moderni vale solo la prospettiva del singolo individuo, per definizione irripetibile.»

Al pari di quelle esperienze, ognuna delle loro opere rappresenta un «percorso di cristallizzazione di una forma necessaria e irripetibile. Ognuna di queste forme contiene un’immagine credibile del mondo, ovvero un passaggio dall’esteriore all’interiore che è il movimento fondamentale dell’esperienza, della scrittura e della lettura.»

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