Vannacci e l’anti fascismo estetico

Da Luca Musella:
La creazione di consenso è fenomeno da studiare senza paraocchi. Mio fratello, che è vero intellettuale, non conosceva Giuseppe Conte prima che uscisse da qualche misterioso cilindro. Il mio amico Mario, vero compulso delle news, vive attaccato all’informazione h24, non conosceva Vannacci, prima che uscisse da qualche misterioso cilindro.

La ossessiva ricerca dell’eroe e del conseguente fronte del medesimo, occupa intere giornate in ottuse e sempre inutili fazioni di pro o contro i tailleur bianchi della Meloni.

L’antifascismo estetico, proprio per coprire la sua strutturale ininfluenza, nutre la nostra ossessione e, in un certo senso, la crea apposta per tenerci impegnati sul nulla. Vannacci, prima che si auto pubblicasse un libro, era uno dei tanti Generali, senza nessuna potenziale pericolosità o santità nella vita collettiva. Esattamente come Conte: uno delle migliaia di avvocati/professori in circolazione.

Cosa sancisce una ribalta e perché questa falsa prospettiva di altezza determina gli umori e i rancori di noi massa?

Perché l’antifascismo estetico diventa bandiera imprescindibile nelle parentesi in cui la destra thatcheriana del campo largo è opposizione?

Vannacci è un fuoriuscito dalla Lega, partito con il quale il PD e alcuni suoi petali erano al governo.

Le “gemelle” Salis, pur nella loro antitetica ascesa politica, hanno un punto in comune: l’inconsistenza fattuale del proprio agire politico, prima di essere santificate. Vittima o campionessa poco importa, perché non è certo quel percorso, per quanto doloroso o meritevole, che fa da background ad una vera classe dirigente. La notorietà, in ogni caso, da sola non basta. Soprattutto oggi che questa notorietà si acquista attraverso misteriose esposizioni decretate da poteri incontrollabili.

Una gloria a cottimo che investe di luce eroi o antieroi strutturati attorno ad una virtualità determinata da manine ignote. Noi Comunisti, in questo, denotiamo un feroce autolesionismo, pompando e adorando figure salvifiche le quali, puntualmente, vengono inglobate nel PD o in una delle sue fameliche propaggini.

L’emergenza fascista è fenomeno ciclico, strumentale ad un sentire che, non potendosi poggiare su nulla di concreto, individua nel fantoccio di turno, un argomento attorno al quale compattare noi masse.

Così morto Berlusconi e in attesa della discesa in campo della figlia, i sinistri rosa confetto non hanno un nemico e, in qualche modo, se lo devono inventare: Vannacci è abbastanza pop per interpretare il ruolo del “cattivo”, perché la Meloni “draghiana” è in perfetta continuità con i loro governi.

Ricordo il mio amico Cariddi Marinacci, Partigiano, Comunista e Pescatore, che pur avendo salvato centinaia di vite umane durante la Resistenza, aveva sminato un ponte, finì in carcere nel Dopoguerra per aver partecipato alle Lotte Agrarie. Il tutto mentre migliaia di silenti, a guerra finita, millantavano una partecipazione alla Liberazione inventata: un antifascismo estetico che, da allora, determina destini e prebende.

Così i “nuovi” paladini dell’antifascismo, che non è mai una moda ma “un essere parte e di parte”, mimano l’eterna danza del teatro dell’assurdo, del travestitismo, rispolverando vecchie bandiere che avevano gettato in cantina.

Gonfiano o determinano sondaggi, si strappano i capelli sulle boutade del generale, dimenticando che il baratro di questo paese è stato prodotto da loro. Non cadiamo nel tranello del pericolo Vannacci, perché sono personaggi in cerca d’autore e, quando diventano star, è per fare da sparring partener a loro.

Antifascista è colui che ha combattuto il fascismo del ventennio o combatte le sue odierne declinazioni liberal fasciste: genocidio, neo schiavismo, abbandono. L’identità stessa dei sinistri rosé è incompatibile con ogni antifascismo strutturale e non ornamentale.

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