di Barbara Lalle
L’Antigone di Jean Anouilh, in scena al Teatro Vascello fino al 30 novembre, per la regia e interpretazione di Roberto Latini, nasce dichiaratamente come una riflessione sul destino del mito nel teatro contemporaneo. Nel comunicato dello stesso Latini insiste su Antigone come figura che ci accompagna da sempre, un archetipo che attraversa culture e secoli, una voce che torna a interrogarci sul senso della legge, della vita, del potere. Questa produzione, realizzata da La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello insieme al Teatro di Roma – Teatro Nazionale, dopo la prima nazionale all’Anfiteatro di Ostia Antica, arriva ora in sala con un impianto visivo di Gregorio Zurla, costumi di Gianluca Sbicca, musica e suono di Gianluca Misiti, luci di Max Mugnai e un cast composto da Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini e Francesca Mazza.
Lo spettacolo si pone l’obiettivo di restituire la voce che Anouilh ha scritto più che le parole, come nota il regista nel suo testo poetico, e di lavorare sulla dimensione del soliloquio corale, sulle ragioni contrapposte che abitano ciascuno di noi. Questa intenzione, pur nobile e carica di senso, fatica a trovare una forma compiuta in scena. Quello che dovrebbe essere un confronto tra Antigone e Creonte, tra due visioni del mondo, una più assoluta, l’altra più razionale, risulta continuamente appesantito dalla presenza del protagonista-regista, che finisce per sovrastare la dinamica complessiva invece di nutrirla.
La recitazione non sempre riesce a dominare il testo e spesso appare tecnicamente fragile, affidata più al sentire interiore dell’attore che alla costruzione precisa del gesto, della parola, dell’intenzione. Ma il sentire forte non è automaticamente comunicazione: il processo teatrale richiede controllo, respiro, capacità di governare l’emozione affinché diventi forma e non traboccamento. Qui, invece, emerge una certa tensione continua che, invece di far avanzare la scena, la rende più faticosa, meno limpida.
Il testo di Anouilh, scritto negli anni ’40 ma diffusissimo negli anni ’60 e ’70, mostra ormai i suoi decenni di distanza: è una riscrittura moderna della tragedia sofoclea che oggi può apparire talvolta sentimentale e un po’ datata, soprattutto nei passaggi che indulgevano, già allora, in un’umanizzazione molto marcata dei personaggi. L’operazione di Latini vorrebbe aggiornare quelle voci, riportarle al presente, ma non sempre lo slancio poetico riesce a superare l’effettiva distanza storica del materiale.
La scenografia, firmata da Gregorio Zurla, presenta elementi che appaiono talvolta superflui. Un telefono, una strada, l’uscita di Antigone tra il pubblico: sono scelte che sembrano voler creare uno slittamento in avanti, un cortocircuito temporale, ma non sempre trovano una funzione organica all’interno della drammaturgia scenica. L’impressione è che a volte gli oggetti cerchino un ruolo che poi non è loro concesso, o che l’idea resti accennata senza svilupparsi davvero.
Sul fronte attoriale, l’operazione dell’inversione dei ruoli e dei generi, con Latini come Antigone e Francesca Mazza come Creonte, è concettualmente interessante e coerente con il discorso del regista sul riflesso, sul doppio, sulla compresenza dei due poli dentro ciascuno di noi. Funziona soprattutto quando l’interprete è solido, come nel caso di Mazza, la cui presenza scenica sostiene con forza il personaggio. In questi momenti, l’inversione scompare, non è più un tema ma un dato teatrale naturale. In altri casi, invece, la fragilità tecnica rende più evidente il dispositivo, lo fa emergere come un’operazione teorica non completamente realizzata.
La componente musicale di Gianluca Misiti è tra gli elementi più riusciti dello spettacolo: delicata, atmosferica, capace di dare corpo emotivo alle tensioni interne ai personaggi senza sopraffarli. Le luci curate da Max Mugnai accompagnano questo disegno con sobrietà e precisione, creando un ambiente sospeso che spesso sostiene la scena meglio di altri elementi.
L’intero progetto, nel suo insieme, conferma l’ambizione poetica di Roberto Latini, il suo desiderio di attraversare un mito e di farne materia viva, interrogativa, oscillante. Tuttavia, questa Antigone rimane uno spettacolo che non sempre raggiunge il livello di maturità registica richiesto da un testo così complesso, e in più momenti si avverte la mancanza di una forma più pulita, più strutturata, più capace di far arrivare allo spettatore il nucleo potente e universale della tragedia di Anouilh.
Restano comunque significativi gli spunti sul rapporto fra potere e libertà, sulla domanda, mai conclusa, se sia più libero chi detiene il potere o chi decide di opporvisi, se la scelta del dissenso sia vera libertà o solo un’altra forma di necessità. I due personaggi rimangono simboli eterni, specchi che si fronteggiano: Antigone e Creonte continuano a dirci qualcosa proprio perché incarnano la lotta tra le ragioni, tra le leggi e la vita, tra ciò che siamo e ciò che crediamo di dover essere.
Uno spettacolo che, pur con diversi limiti, continua a porre domande essenziali. E forse, come ricorda Latini nel suo comunicato, è proprio questo il motivo per cui Antigone resta, ostinatamente, nel destino del teatro di ogni tempo.
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