Un secondo messaggio all’America

L’Is decapita, dopo James Foley un altro giornalista: Steven Sotloff. Nato a Miami 31 anni fa, di famiglia ebraica sopravvissuta alla Shoah, si era diplomato in giornalismo e lavorava per testate come “Time”, “Christian Science Monitor” e “Foreign Policy”. Il freelance, che parlava arabo, era stato rapito il 4 agosto 2013 in Siria ad Aleppo. Fino alla pubblicazione del video della decapitazione di James Foley il suo rapimento era stato tenuto segreto. Il boia in nero ripete la cerimonia già inscenata per sgozzare James Foley e dialogando mentre lo fa con un governante lontano: Barack Obama.  Dice minaccioso: “Sono tornato Obama. E sono tornato per colpa della tua arroganza nei confronti dello Stato Islamico e dei tuoi bombardamenti: così come i tuoi missili continuano a colpire il nostro popolo, il nostro coltello continua a tagliare il collo del tuo popolo”. Steven Sotloff è in ginocchio ed indossa una tuta arancione, dello stesso colore delle uniformi di Guantamano e mormora: “Pago il prezzo dei raid americani sull’Is” con estrema rassegnazione. Pochi secondi di vita gli restano prima di essere decapitato. L’Is ora minaccia altre decapitazioni, a cominciare da quella dell’ostaggio britannico David Haines. La notizia della decapitazione è piombata alla Casa Bianca mentre il portavoce del Presidente, Josh Ernest, teneva la propria quotidiana conferenza stampa di routine. A nome di Obama ha definito il gesto “terrificante” e “spregevole e ripugnante”. Il problema reale risiede anche nella moltiplicazione mediatica dell’esecuzione. Gli autori sanno che gli effetti delle loro esecuzioni sono superiori alle loro aspettative. Tutte le testate del mondo, pregiate o minori, unite ad i social network, ripresenteranno quotidianamente la vicenda. E’ il caso di dirlo: in questi casi non vale il “repetita iuvant” ma potrebbe avere senso la sola  “legge del silenzio”. La madre di Sotloff, dopo aver visto la fine di Foley nel videoclip, aveva implorato il Presidente di intervenire per salvare Steven. Obama era impossibilitato a farlo. I tagliagole dell’Is sanno leggere la situazione politica americana e vedono la debolezza di un Presidente impantanato in una viscosità politica che non può, al momento, usare la propria potenza militare. Obama, che fa tele-bombardare le posizioni e le milizie dell’Is in Iraq ma viene a Washington tacciato di indecisionismo. Il presidente americano si consultera’ con gli alleati della Nato su ulteriori azioni contro l’Is e per lo sviluppo di una ampia coalizione internazionale per l’attuazione di una completa strategia nella lotta allo Stato Islamico. Per ora l’Is sta vincendo la partita lasciando a noi le sole  lacrime.
Cocis

 

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