C’è una gran folla la sera del 7 maggio al Nuovo Teatro Ateneo, tutti in coda per entrare. Si avverte l’attesa per qualcosa che viene da lontano, non solo nello spazio, ma nel tempo.
Quando Kapila Venu appare sul palco per questa prima italiana di Pārvatīviraham, capisco subito che non sono qui per assistere a una semplice danza, ma a una metamorfosi.
Il Pārvatīvirahamsi svela come un viaggio profondo nel cuore della spiritualità tantrica, dove il velo del mistero si solleva per rivelare l’essenza della Grande Dea. In questo testo sacro, la narrazione prende vita attraverso un dialogo eterno e vibrante tra Shiva e Parvati è una danza di parole che non è solo dottrina, ma un incontro d’amore e sapienza tra la coscienza pura e la sua energia manifesta.
L’opera esplora con estrema precisione la scienza dei mantra e la potenza vibratoria del suono, insegnando come ogni sillaba sacra sia un frammento del corpo della divinità capace di trasformare la materia in spirito.
Il corpo e soprattutto la gestualità si fanno parola e resto incantata dalla maestria con cui Kapila usa il pakaṟnnāṭṭam. È una tecnica di sdoppiamento attoriale che le permette di tessere un dialogo polifonico passando da un personaggio all’altro senza mai cambiare costume. Lei si affida esclusivamente alla mimica facciale del mukhabhinaya e alla gestualità delle mani dei mudra e così senza trucchi scenici diventa tutto ed è davvero la dea Pārvatī. Senza cambiare costume, senza trucchi scenici, lei diventa tutto ed è la dea Pārvatī, ferita e sospettosa e è il dio Śiva, che cerca di arrampicarsi sugli specchi con scuse infantili ed è persino il demone Rāvaṇa che scuote le fondamenta del mondo. I suoi occhi si muovono con una velocità soprannaturale, racconta verità che le parole non riescono a toccare.
La bellezza di questo spettacolo risiede nella sua umiltà profonda. Nonostante Kapila è una stella internazionale, porta in scena una dedizione che sembra quella di una giovane allieva davanti al suo maestro. C’è un rispetto sacro per la tradizione del Kūṭiyāṭṭam, ma filtrato da una sensibilità che sento vicina, quasi contemporanea.
Il Kūṭiyāṭṭam è una delle forme d’arte più antiche e straordinarie dell’India, riconosciuta dall’UNESCO come Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.
Nato nello stato del Kerala oltre 2.000 anni fa, è considerato l’unico superstite vivente dell’antico teatro sanscrito. Il suo nome significa letteralmente recitare insieme, riferendosi alla presenza di più attori che si muovono al ritmo dei tamburi.
La gelosia divina, ma anche molto umana e il velo di Maya come insegnamento è il cuore del racconto, un litigio domestico tra divinità che somiglia terribilmente ai nostri. Pārvatī vede un’altra donna, la dea Gaṅgā, nascosta tra i capelli del marito. Śiva nega, inventa, dice che tra i capelli ha solo acqua o che sono soltanto pesci e fiori. Qui il racconto si tinge di comico e mi strappa un sorriso, perché vedo un dio così potente arrampicarsi sugli specchi come un uomo qualunque che prova a nascondere un segreto.
Nel Pārvatīviraham, superare Maya non significa fuggire dal mondo, ma riconoscerlo come il gioco sacro della Dea. Il segreto sta nel comprendere che Maya è Parvati in azione. Quando smettiamo di combattere contro l’illusione e iniziamo a vedere ogni cosa come una manifestazione dell’energia divina, il velo non ci separa più dalla verità, ma diventa il mezzo attraverso cui la verità si esprime.
Quello che mi colpisce è la scelta di Kapila, la dignità del dolore, la sua Pārvatī non è una macchietta gelosa. Vedo nei suoi gesti la ferita reale di chi si sente tradita e la vulnerabilità maschile è in Śiva che lei interpreta che non è un dio distante, ma un uomo che soffre sinceramente quando vede la sua sposa allontanarsi.
Il tutto è scandito a ritmo del sacro i musicisti, Kalamandalam Rajeev e Kalamandalam Hariharan e Kalanilayam Unnikrishnan non sono un semplice accompagnamento. Le percussioni dettano il battito cardiaco della scena. Ogni colpo di tamburo sottolinea un movimento delle sopracciglia o un passo deciso sul legno del palco.
Vedere un’arte dichiarata Patrimonio UNESCO in un contesto così moderno crea un contrasto magnetico. Si sente che il pubblico è in apnea, rapito da una narrazione che parla di divinità, ma che in fondo mette a nudo sentimenti umani universali tra cui l’abbandono, l’attesa, la solitudine.
Grazie anche al professor Vito Di Bernardi e alla professoressa Carmela Mastrangelo, che con il loro impegno hanno permesso e veicolato la facilità di accostarsi a quest’arte.
Esco dal teatro con la sensazione che il mito non sia qualcosa di polveroso custodito nei libri, ma una materia viva che respira. Kapila Venu ci regala un pezzetto di India che non cerca di stupire con effetti speciali, ma che scava dentro, lasciandoci addosso il profumo dei fiori di loto e il tremore di una montagna che si scuote per amore. Un’esperienza rara, che riconnette la mente al corpo.
Valentina Nasso
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