Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, a quanto si apprende da fonti europee, nelle prossime ore convocherà un vertice Ue straordinario sull’Ucraina e sulla Difesa europea. Il vertice si terrà a Bruxelles il 6 marzo.
Volodymyr Zelensky si è detto pronto a dimettersi «immediatamente» in cambio dell’adesione dell’Ucraina alla Nato. Realtà non ipotizzabile vista la ben nota opposizione di Putin sull’idea Nato. Continua il botta e risposta tra Kiev e Washington, sullo sfondo Mosca.
La settimana iniziata il 24 febbraio si preannuncia decisiva per l’Ucraina, con trattative in corso tra Kiev e l’amministrazione Trump per un accordo che permetta agli Stati Uniti di accedere ai minerali strategici ucraini. Il presidente della Verkhovna Rada, Ruslan Stefanchuk, ha confermato l’avvio dei negoziati, ma ha sottolineato che l’Ucraina non accetterà nulla senza garanzie sulla sicurezza.
L’Ucraina e gli Stati Uniti stanno “continuando” i negoziati per un accordo sullo sfruttamento dei minerali strategici ucraini, dopo che Kiev ha respinto una proposta iniziale di Washington cosa che aveva fatto infuriare Donald Trump, ha detto un alto funzionario ucraino all’Afp.
“La conversazione è in corso”, ha affermato il funzionario, parlando a condizione di mantenere l’anonimato. “C’è uno scambio costante di bozze di documenti, ne abbiamo inviata un’altra ieri” e “stiamo aspettando una risposta americana”, ha aggiunto la fonte informata dell’andamento dei colloqui.
Le terre rare ucraine sono un insieme di elementi chimici rari presenti nel sottosuolo dell’Ucraina, considerati strategici per l’industria tecnologica e militare. Le terre rare comprendono 17 elementi della tavola periodica, tra cui lantanio, neodimio, cerio, ittrio e disprosio, utilizzati in settori come elettronica, energie rinnovabili, telecomunicazioni e difesa.
L’Ucraina possiede giacimenti significativi di terre rare, in particolare nella regione del Dnipro, Kirovohrad e Zhytomyr, ma non ha ancora sviluppato una filiera di estrazione e lavorazione paragonabile a quella di paesi come la Cina, che domina il mercato mondiale. Negli ultimi anni, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno mostrato un crescente interesse per lo sviluppo del settore minerario ucraino, per ridurre la dipendenza dalla Cina, che oggi controlla circa il 70-80% della produzione globale di terre rare.
Queste materie prime sono, inoltre, indispensabili nell’industria tecnologica e in quella della difesa. Per esempio, si usano per creare magneti permanenti, fibre ottiche ma sono fondamentali anche per le turbine eoliche e i pannelli solari. Sono importanti per tutti i dispositivi elettronici di ultima generazione, ma anche per le tecnologie più avanzate nel campo dell’aerospazio, della difesa e nel settore medico.
L’abbondanza di risorse minerarie, comprese le terre rare, è uno dei fattori che rendono l’Ucraina strategicamente importante. Alcuni analisti ritengono che il controllo di queste risorse possa essere uno degli interessi economici dietro il conflitto con la Russia. Mosca, infatti, ha già occupato regioni ricche di minerali, come il Donbass, mentre l’Occidente sostiene l’Ucraina anche per garantirsi un accesso a fonti alternative di materie prime critiche. Se l’Ucraina riuscisse a sviluppare un’industria estrattiva e di raffinazione delle terre rare, potrebbe diventare un attore chiave nel mercato globale di questi materiali, rafforzando la sua economia e l’indipendenza energetica europea.
Le terre rare ucraine sono importanti per Donald Trump per diverse ragioni, legate alla sicurezza nazionale, all’economia e alla geopolitica. Durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, ma anche dopo, il tycoon ha cercato di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina che – come si è già detto – controlla la maggior parte della produzione globale di terre rare.
Nello specifico, le terre rare sono fondamentali per la produzione di armi avanzate, radar, missili, jet da combattimento e droni, oltre che per l’elettronica utilizzata dal Pentagono. Trump ha promosso politiche per aumentare la produzione interna di terre rare e diversificare le forniture, cercando alternative alla Cina. L’Ucraina, con le sue riserve di terre rare, potrebbe rappresentare un’opportunità strategica per gli Stati Uniti.
E se l’Alleanza Atlantica resta un miraggio, Zelensky guarda con più pragmatismo alle realistiche garanzie di sicurezza che potranno offrire gli Stati Uniti, in cambio dello sfruttamento delle enormi risorse minerarie ucraine. Da qui il nuovo appello a Donald Trump: «Voglio incontrarlo prima che lui veda Vladimir Putin». Nel terzo anniversario dell’inizio dell’invasione russa, Zelensky si è concesso ai cronisti per un lungo confronto sulle prospettive dell’Ucraina, stretta tra Usa e Russia, che hanno iniziato a negoziare tra loro escludendolo.
«Voglio che ci sia comprensione reciproca», quindi gli Usa devono capire che l’Ucraina ha bisogno di garanzie di sicurezza per non rischiare una nuova invasione russa una volta che verrà siglato un cessate il fuoco. In cambio di questa protezione, Kiev ha molto da offrire, a partire dalle terre rare.
Per la Casa Bianca l’accordo può essere chiuso la prossima settimana, e anche Zelensky ha confermato che ci sono «stati progressi» nel negoziato. Anche se la richiesta di 500 miliardi di dollari viene ancora ritenuta eccessiva: «Non firmerò qualcosa che sarà pagato da dieci generazioni di ucraini», ha assicurato il presidente, che vuole discuterne faccia a faccia con Trump prima che quest’ultimo veda Putin in una data ancora da fissare. Riguardo alle garanzie di sicurezza Zelensky punta molto anche sull’Europa e ha detto di aspettarsi una «svolta» dall’incontro a Kiev con i leader dell’Ue, a partire da Ursula von der Leyen e Antonio Costa. Una delle proposte in campo formulate da Londra e Parigi è una forza di peacekeeper europei con trentamila uomini, che però dovrebbero essere protetti da uno scudo americano.
“Ogni giorno il nostro popolo si oppone al terrore aereo. Alla vigilia del terzo anniversario della guerra su vasta scala, la Russia ha lanciato 267 droni d’attacco contro l’Ucraina, il più grande attacco da quando i velivoli senza pilota iraniani hanno iniziato a colpire città e villaggi ucraini. In totale, questa settimana sono stati lanciati circa 1.150 droni d’attacco, più di 1.400 bombe aeree guidate e 35 missili di vario tipo”. Così sui social il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Questa guerra è nata nel 2014, quando è stato fatto un colpo di stato in Ucraina sostenuto dagli Stati Uniti, con Biden vicepresidente e la Clinton segretario di Stato. Gli Usa tolsero il Presidente ucraino filo-russo che si rifugiò a Mosca, presero il potere con la forza e piazzarono un governo filo- americano. In rapida successione sono state emanate delle leggi anti russe. Solo che l’Ucraina è un paese diviso in due, a ovest sono ucraini, nazionalisti e vicini all’Europa, ad est e in Crimea sono russi.
La Russia con un colpo di mano si è ripresa la Crimea senza sparare un colpo (perché il 90% sono russi e hanno fatto un referendum). Mentre nelle altre province sono state fatte persecuzioni (multe se parli in russo, sparatorie a chi pregava in russo). I dati OSCE parlano, di 14000 morti fra civili e militari nel Donbas in 7 anni.
Nel 2014 c’è stata la strage di Odessa, con gli ucraini che diedero fuoco a un sindacato pieno di anziani, donne con bambini, quelli che scamparono all’incendio furono uccisi a colpi di fucile.
Putin ha più volte denunciato il genocidio nel Donbas (14.000 morti) ma nessuno nei media occidentali ha approfondito.
Poi arriva Trump e l’Ucraina è rimasta sola, a lui non interessava. Sono stati fatti gli accordi di Minsk che prevedevano il riconoscimento delle due repubbliche da parte dell’Ucraina come regioni a statuto speciale. Si arriva così all’elezione di Biden, che affermò subito che Putin è un killer e che gliel’avrebbe fatta pagare. Il figlio di Biden, Hunter, ha diversi gasdotti in Ucraina, e affari milionari. Biden ha chiesto l’ingresso nella Nato dell’Ucraina, inaccettabile per la Russia. Inaccettabile perché i missili sarebbero puntati a 300 km da Mosca. Perché sarebbero puntati su Pechino, infatti la Cina ha sostenuto la Russia con contratti sul gas altissimi.
Gli americani hanno stimolato Zelensky a bombardare di nuovo il Donbas per riprenderselo promettendogli aiuto militare. La Russia si è seduta al tavolo con tutti i presidenti e con tutti i ministri degli esteri ma senza risultati. Nessuno voleva trattare, ma ribattevano che l’Ucraina ha il diritto di entrare nella Nato. La Russia ha offerto di demilitarizzare l’Ucraina e farlo uno stato cuscinetto, come la Svizzera, di transito di gas e di merci, ma senza armi. Gli è stato risposto di no.
Non sfugga che gli USA hanno piazzato in questi anni in Ucraina 14 laboratori che producono armi chimiche, lungo tutto il confine russo. Aperta minaccia anche se diversa dai missili.
E’ ovvia la reazione di Putin, acclamato dalle popolazioni filo-russe del Donbass come un liberatore di quelle zone che non devono essere annesse alla Russia ma rese alla loro libertà dopo i massacri subiti.
Prima di Donald Trump, ci fu Silvio Berlusconi. Con Volodymyr Zelensky nel mirino. In molti in queste ore – a partire dai parlamentari non solo delle forze di maggioranza – stanno condividendo sui cellulari un video del 12 febbraio del 2023, due anni fa, girato a Milano. A parlare a favore di telecamere era un tonico Silvio Berlusconi, intercettato dai cronisti che gli domandavano dell’incontro tra il premier Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky al Consiglio europeo straordinario del 9 febbraio.
Il Cavaliere non si fa pregare, risponde e fredda tutti: “Io se fossi stato il presidente del Consiglio, non ci sarei mai andato a parlare con Zelensky, perché stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili”. Un attacco a Zelensky che ricorda non poco a quanto sta avvenendo oggi, a partire dalle ultime parole di Donald Trump contro Kiev.
Non solo, Berlusconi, in seconda battuta, è pronto a capovolgere la narrazione tra aggredito e aggressore, tra Kiev e Mosca, fino a quel momento sposata da tutto l’Occidente, che dallo scoppio del conflitto, ha accusato Putin per l’invasione dell’Ucraina. Il responsabile della guerra per Berlusconi è, infatti, il leader ucraino. “Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”, furono le parole dell’azzurro. Anche in questo caso, sliding doors con le accuse che arrivano dalla Casa Bianca oggi.
Berlusconi poi propose pure il suo piano per la ricostruzione, chiamando in causa proprio il presidente Usa, che a quei tempi era il democratico Biden: “Il signor presidente americano dovrebbe prendersi Zelensky e dirgli: ‘è a tua disposizione, dopo la fine della guerra, un Piano Marshall per ricostruire l’Ucraina da 9 mila miliardi di dollari, a una condizione, che tu domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non vi daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco”, spiegò serio. Un discorso durissimo, che ai tempi sembrò del tutto fuori dal mainstream.
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