Tutte le incognite del voto per il Quirinale

In vista del voto per il Quirinale c’è una sola certezza: né centrodestra né centrosinistra hanno autonomamente i voti per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Realtà significativa che da spazio ai più disparati scenari.

A riassumere i numeri è stato Il Giornale, in un articolo dal titolo «La palude del Quirinale: ecco i voti fuori controllo». Il dato di partenza è che i grandi elettori sono 1008: 630 deputati; 320 senatori, compresi i sei a vita; 58 delegati regionali, che per consuetudine si esprimono nella misura di due di maggioranza e uno di opposizione. Il che, ragiona Il Giornale, porterà a 33 delegati per il centrodestra e 24 per il centrosinistra. I voti del centrodestra dovrebbero essere 451, quelli del centrosinistra 420. In entrambi i casi, considerando le coalizione al completo. Nessuno dei due schieramenti dispone in partenza neanche del quorum della maggioranza assoluta che scatta alla quarta votazione e che abbassa la soglia di voti necessari a 505.

Questo  senza entrare nel campo dei franchi tiratori e delle transumanze, come è accaduto  in occasione del voto sul ddl Zan. La prima grande incognita si trova dal Gruppo misto, che conta 62 deputati e 47 senatori. Ci sono poi le partite di Italia Viva, che con i suoi 43 eletti può avere un peso determinante; di Più Europa-Radicali, Azione di Carlo Calenda e L’Alternativa c’è. Ma anche di Coraggio Italia di Toti, che di parlamentari ne conta 31, e del Maie, così come dei 4 deputati e 5 senatori delle Autonomie linguistiche, alle quali però afferiscono anche Gianclaudio Bressa e Pierferdinando Casini e i senatori a vita come Napolitano e Elena Cattaneo. Dunque, come ha detto un parlamentare di lungo corso al Giornale, per l’elezione del prossimo capo dello Stato «il problema non sono i centouno franchi tiratori di prodiana memoria. Stavolta ce ne saranno cinquecentouno».

Per il Fatto Silvio Berlusconi sarebbe incandidabile al Quirinale perché da presidente della Repubblica dovrebbe anche rivestire il ruolo di capo supremo delle forze armate. Ruolo che non potrebbe ricoprire perché richiederebbe una “condotta incensurabile”.   Marco Travaglio  per emettere questa “sentenza” chiama in causa  Filoreto D’Agostino, giudice amministrativo in pensione e con un paio di episodi che lo hanno visto contrapposto al centrodestra nel corso della sua carriera.  Travaglio nn si capacita di come mai è potuto accadere che Berlusconi  “il pregiudicato”, come ama definirlo il direttore del “Fatto” possa tornare a dare le carte.

 Ora che tutti , persino Piercamillo Davigo, ha riconosciuto ob torto collo che non esiste alcun impedimento giuridico alla salita del leader di Forza Italia al Colle; ora che il nemico di sempre del capo di Forza Italia, Carlo De Benedetti, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, ha ammesso che non vede vincoli tecnici che impediscono l’elezione di Berlusconi ( pur specificando che, nel caso, restituirà il passaporto italiano); Travaglio si gioca la carta della disperazione.

Secondo D’Agostino, dunque, “per essere arruolati nell’esercito occorre avere tenuto «una condotta incensurabile». Poiché il capo dello Stato, quando comanda le forze armate, «è un militare, anzi il primo militare d’Italia» lo stesso criterio si applicherebbe anche a lui. E Berlusconi, secondo l’anziano giudice, non presenterebbe tale requisito.  La replica secca alla bufala veicolata dal giornale di Travaglio  arriva dalle pagine del Giornale. Che smonta la bufala:  “Attualmente Berlusconi è a tutti gli effetti un incensurato, avendo scontato l’unica condanna inflittagli e avendo ottenuto la riabilitazione dal tribunale di Milano”.

Rispunta per il Colle il nome di Giuliano Amato. . Oggi Amato ha 83 anni, ma l’età non è mai stata un ostacolo insormontabile per un’istituzione gerontofila come il Quirinale.

In più, l’assenza di particolari spigoli lo rende compatibile praticamente con tutti i soci dell’attuale maggioranza di governo. Persino per quei grillini che solo ieri lo additavano al pubblico ludibrio come il testimonial delle «pensioni d’oro».

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