Turchia: retate e controlli ad un anno dalla strage del Reina

Sono passati dodici mesi dalla strage di Capodanno nella discoteca Reina, esclusivo locale in riva al Bosforo passato in un anno da uno dei club piu’ esclusivi al mondo a un mucchio di macerie. Furono 39 i morti causati dalla furia di un terrorista dell’Isis, Abdulkadir Masharipov, che scarico’ su giovani accorsi da tutto il mondo sei caricatori di kalashnikov prima di darsi alla fuga. Un anno e la Turchia e’ ancora spalle al muro contro un incubo che si sta facendo di tutto per evitare che si ripeta. La notizia dei controlli raddoppiati e del divieto di festeggiamenti nella centralissima piazza Taksim di Istanbul era stata resa nota dalle autorita’ locali gia’ lo scorso 20 dicembre, per poi essere estesa lo scorso 25 dicembre al quartiere di Besiktas, anch’esso luogo di ritrovo della movida, situato a meta’ strada tra Taksim e quel che rimane del Reina. Una sorta di effetto domino partito da Taksim, e che dopo Besiktas ha finito con il riguardare anche un’altra area del centro di Istanbul, Sisli, dove i festeggiamenti sono stati vietati lo scorso 27 dicembre.

Il prefetto Vasip Sahin ha annunciato che saranno 37 mila i poliziotti e 4 mila gli uomini della gendarmeria schierati nella sola metropoli sul Bosforo. Ci si chiede se questi provvedimenti saranno sufficienti a evitare quanto accaduto lo scorso anno, quando l’intelligence aveva segnalato il rischio attentati, e Piazza Taksim fu blindata da un imponente sistema di sicurezza. Masharipov, come tutti i terroristi, decise di compiere un giro di ricognizione verso la piazza, dove si rese conto che lo spiegamento di forze rendeva impossibile far passare granate e kalashnikov. Nel tragitto verso il quartiere dove le armi erano state depositate passo’ a fianco alla discoteca Reina, dove noto’ subito che, nonostante la vicinanza a una stazione di polizia, gli agenti non avevano predisposto alcun apparato di sicurezza, anzi, fuori dalla discoteca c’erano solo un poliziotto e una guardia privata. Scatto’ cosi’ un piano B, dal racconto dello stesso terrorista agli inquirenti: Masharipov comunico’ la nuova strategia al suo capo a Istanbul, un iracheno, che ottenne l’approvazione di Raqqa. L’uzbeko recupero’ le armi, compi’ la strage e spari’ nel nulla. La cicatrice lasciata dalla dinamica di quella notte rimane indelebile e il prefetto di Istanbul ha specificato che il piano predisposto coinvolge anche istruzioni e direttive date direttamente a guardie giurate e addetti alla sicurezza di compagnie private.

Istanbul cerca di non avere punti deboli, nel ricordo della strage di un anno fa, avvenuta a 200 metri da un commissariato di polizia vuoto, con tutti gli uomini impegnati a pattugliare altre zone della megalopoli. L’onta della fuga del terrorista pesera’ sulla polizia turca e su un governo che ha fatto della sicurezza uno dei propri punti di forza. La strage del Reina segna a sua volta l’inizio di una caccia ad un uomo la cui identita’ rimarra’ un mistero per giorni, e i cui spostamenti vengono ricostruiti attraverso l’analisi di 7200 ore di filmati di telecamere a circuito chiuso . L’intera citta’ fu testimone di una caccia all’uomo che per la polizia turca era diventata una questione di onore. Seguirono decine di segnalazioni di Masharipov, le comunita’ centroasiatiche messe al setaccio, raid e arresti ad Istanbul, Konya, Smirne, per fare terra bruciata attorno al fuggiasco. Istanbul e la Turchia non vogliono un altro attentato, ma non vogliono nemmeno rivivere la paura che un terrorista in fuga possa colpire ancora, magari facendosi saltare in aria come chi non ha nulla da perdere. Un incubo durato 16 giorni, fino alla soffiata giusta.

Una casalinga turca di Esenyurt, quartiere periferico di piu’ di un milione di abitanti, vede e riconosce Masharipov, chiama la polizia e l’incubo di un’intera citta’ finisce quando la foto del volto tumefatto del terrorista fa il giro delle edizioni speciali dei telegiornali. Fini’ cosi’ la corsa di Masharipov, ora alla sbarra con l’accusa che chiede 40 ergastoli e pene aggiuntive tra i 1.540 e i 2370 anni di carcere. Il tempo e la fine di Masharipov potrebbero indurre alla tranquillita’, tuttavia l’ultimo allarme e’ scattato in seguito alla sconfitta patita dallo stato islamico a Raqqa, un avvenimento che non puo’ non interessare un Paese che con Iraq e Siria condivide piu’ di 1100 chilometri di confine. Questa mattina cinque presunti jihadisti dell’Isis, tre siriani, un ceceno e un iracheno, sono finiti in manette nella capitale Ankara, fortemente sospettati di voler realizzare un attentato la notte di Capodanno. L’arresto di questi foreign fighters e’ stato preceduto da un’altra operazione, al termine della quale a finire in manette sono state 20 persone, tra cui 15 stranieri, arrestati a Istanbul con l’accusa di far parte di una cellula dell’Isis e di avere in preparazione un attentato per la notte di Capodanno.

Lo scorso 29 dicembre gli arresti tra la capitale, Istanbul e la vicina citta’ di Bursa sono stati 75, tutti jihadisti, molti dei quali rientrati dalla Siria in seguito alle sconfitte patite dallo stato islamico. Una lotta senza tregua e senza quartiere, intensificatasi negli ultimi due mesi, ma partita proprio dall’attacco di Masharipov, l’ultimo attentato dell’Isis in Turchia, il secondo compiuto da centroasiatici dopo l’attacco all’aeroporto Ataturk del 28 giugno 2016, il settimo dello stato islamico a partire da giugno 2015. Diyarbakir 5 morti, Suruc 31 morti, Ankara 103 morti, Istanbul 12 morti a gennaio 2016, 6 morti a marzo, 46 morti all’aeroporto prima della strage del Reina, 365 giorni fa. Una scia di sangue che la Turchia intera si vuole lasciare alle spalle, nella consapevolezza che e’ questa la notte da vivere con il fiato sospeso, la notte che potra’ relegare al passato la stagione degli attentati dell’Isis nel Paese o decretare la continuazione di un incubo che per 364 giorni non si e’ ripetuto.

 

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