TRENT’ANNI DI PIRANDELLO A ROMA: IL TRAGUARDO DELLA BOTTEGA DELLE MASCHERE

La Compagnia teatrale La bottega delle maschere porta avanti a Roma una storica tradizione di messe in scena pirandelliane attraverso l’occhio acuto e l’attenta direzione di Marcello Amici. L’imminente stagione teatrale estiva 2026, che quest’anno festeggia la sua trentesima edizione, nell’ormai solita cornice del Giardino di Sant’Alessio all’Aventino a Roma, dal 2 luglio al 2 agosto, rigorosamente dopo il tramonto, presenterà le repliche di “Questa sera si recita a soggetto” (il martedì, il giovedì, il sabato) e di quattro atti unici “L’uomo dal fiore in bocca”, “All’uscita”, “La morsa” e “La patente” inframezzati da due monologhi (il mercoledì, il venerdì, la domenica); novità di quest’anno è l’introduzione di “Sagra del signore della nave”, che verrà rappresentato da una trentina di personaggi, tra attori della compagnia e comparse, tutti i lunedì (6, 13, 20, 27 luglio).

Quest’anno la compagnia vedrà, oltre che quella dell’impagabile e stacanovista Amici, le interpretazioni di Marco Bellizi, Camillo Campochiaro, Giorgio Corcos,Giulio Corcos, Emanuele De Robbio, Emilia Guariglia, Giuliano Mannoni,Mirella Martinelli, Massimiliano Mursia, Marianna Petronzi, Isabella Pezzi,Raffaella Pisanu, Simona Pistarà, Giovanna Pola e Marco Tonetti. Le scene, dal taglio rigoroso ed essenziale e dai colori fortemente simbolici del rosso e del nero, d’ispirazione futurista, ancora una volta sono affidate all’estro di Marcello de Lu Vrau; maschere e marionette sono opera di Livia Ciuco, mentre per i costumi si conferma la professionalità di Felicia Crisan. Per l’aiuto regia citiamo Marco Bellizi, coadiuvato da Raffaella Pisanu e da Giuliano Mannoni (rispettivamente assistente alla regia e direttore di scena). L’organizzazione generale, affidata a Marco Vincenzetti e Mauro Ciuco, si è avvalsa delle maestranze dell’Ing. Francesco Maria D’Alesio nella direzione tecnica e di Paola Amici per la grafica e la distribuzione.

Il teatro di Marcello Amici è un teatro che corre, che urta, che non chiede permesso, e nel tempo ha avuto il privilegio di raccontare tutto il repertorio pirandelliano. Partendo da La morsa, apparentemente dal tema freudiano ma molto intrisa di metateatro, il tema della finzione e dell’interpretazione sono centrali in tutte le opere presentate quest’anno. Il teatro è anche folla, rito, ha a che fare con un certo senso di sacralità, che si respira fortemente, anche per il tema trattato, in Sagra del Signore della Nave, spettacolo visionario che fa incursione nel mito e nelle radici popolari. Questo testo breve e grottesco, ispirato a un rito contadino (opera che Pirandello mise in scena per la prima volta all’inaugurazione del Teatro Odescalchi di Roma nell’aprile 1925 segnando il debutto della Compagnia del Teatro d’Arte da lui stesso creata), riporta il teatro alla sua essenza più primitiva e simbolica. I personaggi sono ruoli più che persone, maschere archetipiche, costituendo il contesto storico e popolare delle sperimentazioni pirandelliane, che qui toccano importanti vertici di complessità spirituale ponendo il tema del sacrificio (tipico, quasi fondante, della produzione di Pirandello) come essenziale per l’evoluzione dell’umanità, una tappa necessaria che pone lo spirito oltre il grido di dolore e di agonia per significare una sofferenza che si trasforma, nella funzione condivisa, in gioia collettiva.

Le quattro messe in scena dei lunedì saranno precedute da incontri e dibattiti sul palco condotti dal regista.

“In un mondo omologato, dove l’intelligenza artificiale e le divise del pensiero vorrebbero ridurci ad algoritmi”, ci dice Amici, 87 anni portati con grinta ed eleganza, “il teatro resta ancora quel vaso di coccio che non si rompe, perché fatto di vita vera e, all’ombra di una giara, mette in scena la lotta tra il Regista e l’Attore, il grido inascoltato dei Personaggi e la voracità della Sagra”. In Sagra difatti si va oltre il grottesco che deforma le linee come in un quadro, servendocisi di esso per lasciare allo spettatore un messaggio altro, fuori dal giudizio e non senza buona dose di sottile umorismo – di cui Pirandello è autore del noto saggio in merito –, avvalendosi dello strumento della recita a soggetto in piena coerenza con un altro dei lavori presentati in questa immancabile rassegna dell’Estate Romana, appunto “Questa sera si recita a soggetto”.

Veniamo dunque all’opera che più di tutte esalta il ruolo degli attori e la loro apparente libertà creativa. Il “soggetto” viene dato, ma la messa in scena, affidata all’estro e all’improvvisazione, crea un continuo gioco di scatole cinesi tra realtà e finzione di cui Hinkfuss, il regista-demiurgo, pretende di muovere costantemente le fila in impeti deliranti per portare al pubblico vita vera. In questa piéce la drammaturgia scritta e l’azione viva della Commedia dell’arte, dove il canovaccio costituisce solo un punto di partenza, si alternano e si mischiano, sfiorando momenti di intensa drammaticità e punte di sorpresa che spiazzano il pubblico.

Nei quattro Atti Unici, nominati “Enorme pupazzata” (termine dello stesso Pirandello), i personaggi esistono indipendentemente dalla volontà dell’autore; sono nella vita e hanno chiesto di partecipare del dramma collettivo dell’esistenza perché la vita fa male a tutti, inevitabilmente. La vita autentica è L’uomo dal fiore in bocca che esce di scena e viene accompagnato All’uscita da una pitocca che, strada facendo, racconta l’ultima pagina di Uno, nessuno e centomila. Nel celebre La patente un uomo bizzarro ai limiti del reale viene in scena reclamando lo status di iettatore.

Il secondo atto inizia con un’eredità del teatro di fine Ottocento, La morsa, in cui la figura femminile di Giulia, soffocata dal verdetto ipocrita della morale borghese, si staglia al centro dell’esuberante giostra di maschere quale polo opposto e complementare di un unico dramma condiviso con la Mommina di Questa sera si recita a soggetto, la cui carne si fa letteralmente, tragicamente teatro, fino a morirne – e qui una serie di ambiguità e doppiezze sul suo ruolo di vittima, sulle sue possibilità mozzate e derise, in un sottile gioco di specchi e rimandi con altri personaggi dell’opera, delinea un lavoro veramente immenso nella sua genialità, che al tempo (stiamo parlando degli anni ’20) gli fece preconizzare il teatro dell’assurdo.

La trentesima edizione della Pirandelliana di Amici si conferma dunque non solo un appuntamento di intrattenimento, vista la location straordinaria (che da sola varrebbe il costo del biglietto) e il servizio bar a disposizione, ma un’operazione culturale che utilizza il repertorio pirandelliano per riflettere sulla natura stessa del teatro e sulla sua capacità di raccontare la frammentazione dell’essere umano. La scelta dei testi è stata pensata per offrire al pubblico un percorso ragionato sulle modalità narrative sceniche che riflettono la metodologia di produzione pirandelliana che sovente dalla novella giunge alla commedia passando attraverso l’atto unico.

“Trent’anni di Pirandello sotto le stelle di Roma non sono un anniversario, sono una persistenza ostinata, un rito che si rinnova contro il tempo”, sostiene il regista; e continua, a proposito degli atti unici: “Per questa trentesima edizione è stato tracciato un percorso drammaturgico che è un vero e proprio viaggio iniziatico. Il legame segreto che unisce i sei titoli in cartellone viene preso direttamente laddove la letteratura si fa filosofia: nell’ultima pagina di Uno, nessuno e centomila – nel rifiuto del nome e nella rinascita nella natura – e tra le pieghe d’identità fittizie di Come tu mi vuoi”.

Le considerazioni di Amici a un passo dal debutto hanno sapore testamentario: “Dopo trent’anni di Pirandelliana”, commenta, “salgo sull’Aventino non per celebrare un autore, ma per liberarlo. Esco dalle teche polverose del Novecento per riportare ‘zio Luigi’ alla sua natura brutale: quella della Commedia dell’Arte, del Grottesco e della Recita a soggetto. […] Il mito che pervade la mia vecchiaia non è un’illusione, è la sostanza che ci permette di guardare l’abisso e ridergli in faccia”. La sua esperienza e il suo piglio encomiabilmente vivo esortano il pubblico romano a partecipare al suo teatro non per – semplicemente – vedere uno spettacolo, “ma per guarire dall’indifferenza e, perché no, pure dall’artrite dello spirito. Il mistero è qui, tra il cielo di Roma e il legno del palcoscenico: l’ultima parola spetta ancora all’umano!” chiosa enfaticamente con l’immancabile coraggio e determinazione di chi teatro non lo fa, a un certo punto della propria carriera, ma ne è intriso e totalmente coinvolto. Con passione costante e la consapevolezza di essere uno degli ultimi baluardi di un potentissimo strumento di conoscenza di sé e degli altri che al mondo non ha eguali. Viva il teatro, viva Pirandello. Grazie, Maestro Amici.

Maria Raffaella Pisanu

Circa Barbara Lalle

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