Tra Kiev, Lima e Roma: “Anicka” rompe i confini del teatro e dell’identità

Nel cuore del Teatro Trastevere, fino al 6 aprile 2025, è in scena Anicka, uno spettacolo che sfugge alla definizione tradizionale di rappresentazione teatrale. Non solo per la sua forma – scarna, diretta, volutamente frammentata – ma soprattutto per il suo contenuto, che si muove tra autobiografia, autofiction e messa in discussione dell’identità.

Il palco è quasi vuoto, ma non vuoto davvero: c’è una scrivania, ci sono fotografie, ci sono simboli che richiamano un passato lontano ma ancora pulsante. È il mondo di Ania Rizzi Bogdan, ucraina adottata in Italia, che si racconta e si mette in discussione, senza però mai indossare completamente i panni della sua stessa storia. Questi panni li affida – non senza esitazione – a Killa Paz Alvarez, attrice peruviana con indosso una maglietta nera dei CCCP: un’immagine potente, che unisce il post-punk sovietico all’eco del comunismo sudamericano.

La scelta di Killa come alter ego è tutt’altro che banale: una donna sudamericana chiamata a interpretare una ginnasta ucraina, cresciuta tra le ombre della guerra e i pacchi alimentari ricevuti dall’Italia, pieni di spaghetti e peluche Trudi. Un gesto che inizialmente genera attrito, dubbi, domande. Ania (o meglio, Anicka) è davvero rappresentabile da un’altra? E cosa succede quando l’altra – con il suo corpo, la sua voce, la sua cultura – inizia a contaminare il racconto, a straripare dai limiti del ruolo assegnato?

È proprio in quel momento che lo spettacolo si apre. Quando Killa indossa il colbacco di famiglia di Ania, non è solo l’inizio di una trasformazione scenica: è l’emblema di una trasmissione profonda, viscerale, che fonde due storie apparentemente lontane. Kiev, Roma e Lima diventano luoghi sovrapposti, mappe emotive che si riconoscono in un punto comune: la necessità di ridefinirsi, oltre le origini, oltre i confini.

C’è anche un’interazione lieve, ma significativa, col pubblico. Non per cercare il facile coinvolgimento, ma per restituire la percezione che questa storia non è solo loro – di Ania, di Killa – ma nostra. È la storia di chiunque abbia cercato di appartenere a più mondi contemporaneamente, senza riuscire a scegliere, o senza volerne escludere nessuno.

Lo spettacolo, prodotto da Focus_2 con la regia di Eleonora Gusmano e il sostegno di Teatro Trastevere e Spin Time Labs, si presenta come un contenitore aperto. Come la scatola che Anicka riceveva da bambina: piena di cose sconosciute, eppure destinate a diventare familiari. Così anche il palco: uno spazio da riempire, da contaminare, da vivere.

Alla fine, Anicka non dà risposte. Non costruisce un’identità definita, ma mostra quanto sia fragile e fluida. E lo fa con forza, coraggio e una delicatezza sorprendente. Forse è proprio questo il suo messaggio: che essere stranieri, in fondo, è un’esperienza universale.

Marco Zucchi

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