Tensione a Taranto sul futuro dell’ex Ilva, scioperi e presidi dopo addio di ArcelorMittal

Resta alta la tensione a Taranto dopo la decisione di Arcelor Mittal di recedere dal contratto sull’ex Ilva. Prosegue il presidio di lavoratori davanti alla direzione dello stabilimento siderurgico e terminerà alle 15 lo sciopero di 24 ore proclamato dalla Fim, mentre domani alle 7 partirà uno sciopero sui tre turni indetto da Fiom, Uilm e sindacati dell’indotto che si dicono “pronti a tutte le iniziative fino al blocco a oltranza delle attività lavorative nei propri settori”. Intanto è già partita la procedura di retrocessione dei rami d’azienda con la ‘restituzione’ degli impianti e dei lavoratori all’Ilva.  Oggi a palazzo Chigi alle 17:30 l’incontro tra Governo e sindacati sulla vicenda ex Ilva.

Saranno 48 ore sul filo della suspense. Perché la trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. E’ una delle poche volte, da quando è a Palazzo Chigi, che Conte pone il suo accento sulla serietà del problema. E sono parole che danno il tono della fumata nerissima registrata dopo l’incontro con i vertici di A.Mittal. “Vogliono il disimpegno o un taglio di 5mila lavoratori” ma “nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo”, spiega Conte sentenziando un concetto che sa di protesta di un intero sistema: “l’Italia è un Paese serio, non ci facciamo prendere in giro”. Già perché, per il governo, semplicemente A.Mittal non rispetta un contratto aggiudicatasi dopo una gara pubblica. Tanto che fonti di governo descrivono lo scontro con l’azienda in questi termini: “praticamente siamo già in causa”. E, nell’esecutivo, emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando “strade alternative”.

Un piano B, insomma, che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. E’ un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Allo stesso tempo nel M5S filtra già una certa irritazione per la scelta di ArcelorMittal – che ha azzerato la concorrenza – e nei confronti di chi ha gestito il dossier, l’ex ministro Carlo Calenda. Sospetti che il titolare del Mise Stefano Patuanelli così sintetizza: “è evidente che ArcelorMittal voleva solo un’acquisizione”. Il governo, insomma, passa al contrattacco ma le armi rischiano di essere spuntate. “Il nostro strumento al momento è la pressione nel nostro sistema Paese”, sottolinea Conte convocando, per domani pomeriggio i sindacati, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci.

Il governo offre ad ArcelorMittal un nuovo scudo penale, valido non solo per l’ex Ilva ma per tutti i casi in cui sia necessario un imponente risanamento ambientale. Ma l’annuncio del decreto legge, non ancora approvato, spacca la maggioranza, perché buona parte del Movimento 5 Stelle è contraria, e potrebbe far mancare i numeri in Parlamento per la conversione in legge. E soprattutto non serve a convincere l’azienda, che conferma la sua intenzione di lasciare le acciaierie di Taranto.

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte  tira le fila, dando 48 ore di tempo ad ArcelorMittal in vista di un nuovo incontro: «Sono assolutamente inaccettabili le proposte che ci vengono fatte — dice il premier — sia sugli esuberi sia sulla restituzione degli impianti». Sul piano tecnico l’avvocato Conte dice di «non ritenere giustificate le pretese dell’azienda da un punto di vista giuridico». E sottolinea come «il tema non sia lo scudo penale» ma «si tratta di un problema industriale visto che l’azienda considera le acciaierie di Taranto non sostenibili dal punto di vista economico». Secondo il presidente del consiglio «nessuna responsabilità dell’azienda può essere imputata al governo» anche se lui stesso ammette che la situazione è «drammatica», da «allarme rosso». E poi, dopo aver parlato di un «governo compatto e coeso», promette che «non lasceremo soli gli operai». Anche il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli accusa l’azienda, che «non è in grado di rispettare il suo piano industriale».

Per il momento l’attenzione del governo è tutta concentrata su ArcelorMittal. Ma, al di là dell’ufficialità, all’interno del governo la partita viene data per persa. E anche l’ipotesi di trovare una cordata alternativa, che possa subentrare in corsa per rilevare l’acciaieria più grande d’Europa, sembra poco più di un miraggio. Per questo sullo sfondo prende quota l’ipotesi di un intervento pubblico che possa farsi carico di un’azienda che dà lavoro a oltre 10 mila persone in una zona del Paese dove il lavoro non abbonda. Un nuovo commissariamento, intanto. Oppure il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. Dopo la Cisl ieri, anche le sigle dei metalmeccanici di Cgil e Uil hanno proclamato uno sciopero di 24 ore per domani 8 novembre. Oggi saranno proprio i sindacati a incontrare il governo.

 

 

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