Tav, al Senato resa dei conti tra Lega e M5s. Conte frena: “Governo non rischia”

E’ arrivato il giorno del voto al Senato sulle mozioni sulla Tav, con Matteo Salvini e Luigi Di Maio in Aula. “Il governo può cadere anche prima di settembre”, ha detto il leader della Lega esprimendo il suo dissenso per la manovra pensata da Tria e altre scelte degli alleati. Ma Palazzo Chigi frena: il voto di oggi “non prefigura in alcun modo un sindacato sull’operato del governo né tantomeno sull’operato del presidente del Consiglio”.

La maggioranza giallo-verde è platealmente spaccata sulla Tav. Le mozioni in Senato sono anche una sfida tra i vicepremier. Il ministro dell’Interno è pronto, dicono i leghisti, a porre subito dopo il voto un “problema politico” nell’esecutivo. E il leader M5s, con la sua presenza a Palazzo Madama, vuole inviare un messaggio ai suoi e insieme lanciare una campagna di rivendicazione delle “battaglie” pentastellate e di accuse all’alleato di essere totalmente schiacciato sul “sistema” dei partiti.

Ma fonti vicine al presidente del consiglio, alla vigilia del confronto, sottolineano da un lato che era impossibile bloccare l’opera per il No della Francia e dall’altro che solo “il Parlamento, nelle sue prerogative sovrane” può decidere di aprire un percorso per “impedire in maniera unilaterale la realizzazione dell’opera”. Insomma, la tesi è che qualsiasi decisione venga presa dal Parlamento, non mette in discussione le scelte del governo e tantomeno il governo stesso.

Tra Salvini e Di Maio in Senato per il voto sulla Tav ci sarà il ministro Danilo Toninelli, no Tav convinto e bersaglio preferito delle invettive di Salvini. Da lui, insistono i leghisti, potrebbe partire un rimpasto di governo. Ma in quella che fonti di via Bellerio preannunciano come una “lunga giornata”, si preannuncia una battaglia sul filo della crisi. Il ministro dell’Interno è pronto a sollevare il “problema politico” di un partito che vota contro il suo stesso governo. Se si spingerà fino ad aprire la crisi, i leghisti non sanno dire: “Valuterà lui, parlerà lui”, vanno ripetendo. In molti sostengono che così non sarà, perché agli atti resta il sì del governo all’opera. Ma certo, il no pentastellato diventerà un’altra freccia all’arco del vicepremier contro Di Maio e i suoi.

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