Tartaglia Arte: I dimenticati dell’arte. Pietro Porcinai

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo ricevuto da Tartaglia Arte:

DOPO LILIANA MARESCA, ANTONIO GHERARDI, BRIANNA CARAFA E FERNANDO MELANI, SI SPOSTA NEL CAMPO DELL’ARCHITETTURA DI PAESAGGIO. ECCO IL RACCONTO DI PIETRO PORCINAI.

Autore di oltre 1.100 progetti di architettura del paesaggio, Pietro Porcinai è una figura tanto illustre quanto poco ricordata. E dire che, per fare un esempio, collaborò alla realizzazione del Centre Pompidou di Parigi. “La nostra sopravvivenza è legata al paesaggio. Dobbiamo fare in modo che i nuovi paesaggi tornino ad essere formati come furono quelli di Firenze antica, di Venezia antica, di Siena antica. Il paesaggio riflette sempre, infatti, la qualità di un ordinamento sociale e la società che non ha rispetto per la natura terrestre non ha rispetto nemmeno per la natura umana”. Sono parole di Pietro Porcinai (1910-1986), il più illustre architetto del paesaggio nell’Italia del XX secolo e autore di più di 1.100 progetti, realizzati non solo nel nostro Paese ma in tutto il mondo, da Tirana a Montecarlo, da Abu Dhabi a Parigi, dove nel 1973 viene chiamato da Richard Rodgers e Renzo Piano a progettare le aree verdi del Centre Pompidou. Non è un caso che nel 1986 sia l’unico italiano a comparire nel volume The Oxford Companion to Gardens, scritto da Sir Geoffrey e Lady Susan Jellicoe, una vera e propria bibbia dell’architettura dei giardini.

Pietro Porcinai, Giardino a Portofino, piscina, 1969 84. Courtesy Paola Porcinai

LA CARRIERA PRECOCE DI PIETRO PORCINAI

La sua carriera inizia molto presto, a stretto contatto con uno dei giardini più importanti del Rinascimento toscano, frequentato e celebrato da scrittori del calibro di Edith Wharton, Vernon Lee e Iris Origo, e da storici dell’arte come Bernard Berenson e Harold Acton. Parliamo della villa medicea La Gamberaia, di proprietà della principessa Catherine Jeanne Ghika Keshko, che aveva assunto come giardiniere Martino Porcinai e come guardarobiera personale Giuseppina Marinai. Martino e Giuseppina erano i genitori di Pietro, che cresce in un ambiente cosmopolita e raffinato, e muove i primi passi in quello che era considerato un modello insuperato di giardino all’italiana. Nulla succede a caso: dopo aver completato gli studi come perito agrario, a soli diciotto anni Pietro firma il suo primo giardino per la Villa Reale di Lecce. È l’inizio di una brillante carriera, che lo porta a lavorare in tutto il mondo e a incontrare, fin da giovanissimo, i maggiori architetti europei di giardini, come Russell Page, Karl Foerster e Geoffrey Jellicoe.

Pietro Porcinai

PORCINAI E IL RISPETTO DELLA NATURA

Forte della sua esperienza sul campo, Porcinai comincia a collaborare con Domus nel 1937 e tre anni dopo fonda uno studio professionale insieme a Nello Baroni e Maurizio Tempestini: fioccano le commissioni di parchi pubblici e giardini privati, realizzati sempre con lo spirito di massimo rispetto per la natura. “Il giardino privato non deve essere considerato un lusso perché ogni albero […] è nostro completamento vitale”, sosteneva. Una filosofia davvero avveniristica, che prevedeva un forte rapporto con gli artisti visivi nella progettazione dei giardini: “Sono fissato con l’idea che i paesaggi debbano essere opera, non soltanto di ingegneri ed architetti, ma anche di tutti gli artisti e quindi anche degli scultori”, scriveva nel 1956 in una lettera allo scultore Costantino Nivola. I suoi concetti essenziali? L’equilibrio di forme vegetali, rapporti luci-ombre, punti di vista sul paesaggio aperto, essenzialità e soprattutto una perfetta integrazione tra il giardino e l’ambiente circostante, che raggiunge il suo apice nella proprietà privata a Portofino, dove Porcinai nel 1969 progetta uno stile inconfondibile di piscina a sfioro, che si confonde con il mare sottostante.

LA COLLABORAZIONE TRA PORCINAI E GLI ARCHITETTI

Capace di collaborare con architetti del calibro di Oscar Niemeyer nella sede della Mondadori a Segrate (1975) o con artisti come Pietro Consagra nel giardino di Pinocchio a Collodi (1963-76), negli Anni Sessanta aveva scelto come quartier generale la Villa Rondinelli a San Domenico di Fiesole, che oggi ospita oggi l’archivio di un uomo dal valore ancora non completamente riconosciuto nel nostro Paese.

By Ludovico Pratesi – artribune.com

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