Svendita dei marchi italiani

L’ultima perdita è stata la storica azienda automobilistica Pininfarina, passata agli indiani, dopo la Lamborghini, finita al  gruppo Volkswagen, la Ducati, passata all’ Audi. Sono gli ultimi fuochi della colonizzazione italiana, iniziata con lo smembramento dell’Iri da parte di Romano Prodi e della svendita dei suoi gioiellini. Le migliori aziende italiane sono state predate da investitori esteri  è un tema che non è mai entrato nel dibattito politico, come se non riguardasse il governo, come se il depauperamento dell’economia nazionale, del ‘Made in Italy’, non contribuisse alla crisi. Qualche mese fa, nelle mani dei tedeschi era finita Italcementi, colosso del settore edilizio,  venduta per il 45% a un valore complessivo di 1,67 miliardi al gruppo tedesco Heidelberg. Da marzo scorso Pirelli parla cinese, con ChemChina nuovo socio forte del gruppo.  Ma avevamo già perso, nel 2014, il colosso degli elettrodomestici Merloni, acquisito da  Whirlpool, che poi si era presa anche la Indesit. Ma l’inizio della fine risale agli anni Novanta, con le grandi case italiane dell’industria alimentare finite in mani straniere.  Nestlè comprò il marchio Italgel (Gelati Motta, Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti) ed il Gruppo Dolciario Italiano (Motta e Alemagna), quest’ultimo poi tornato in Italia con la Bauli. Ma agli svizzeri erano andati anche i marchi Sanpellegrino, Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna, mentre Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori erano finiti alla francese Lactalis, che si era presa anche Parmalat, dopo l’addio di Cirio-Bertolli-De Rica passati prima a Unilever e poi alla spagnola Deoleo. Recenti anche le acquisizioni della storica gelateria Fassi a Roma da parte della società coreana Haitai Confectionery and Foods Co, mentre appena il mese scorso l’antico Pastificio Lucio Garofalo è andata a Ebro Foods, gruppo multinazionale spagnolo che opera nei settori del riso, della pasta e dei condimenti. Nel settore enegetico, poi, parla francese da tempo anche Edison (Edf), mentre Saras è controllata oltre che dai Moratti dai russi di Rosneft.  Telecom è controllata dai francesi di Vivendi menre i cinesi di State Grid controllano pacchetti importanti di Terna e Snam e Shanghai Electric ha il 40% di Ansaldo Energia. Al fondo d’investimento americano Blackstone è andato invece il 20% delle quote di Versace, dopo l’addio allo storico marchio Loro Piana finito al gruppo francese Lvmh per due miliardi di euro, a cui era andata anche la storica pasticceria milanese Confetteria Cova. Sempre alla Lvmh erano già finite storici marchi di moda come Bulgari, Fendi, Emilio Pucci e Acqua di Parma mentre la sua rivale francese Ppr di Francois-Henry Pinault controlla Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi. Krizia, storico marchio della moda made in Italy, è già da tempo nelle grinfie della cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion Co Ltd, mentre Poltrona Frau era passata all’americana Haworth. Sul fronte alimentare nel 2013 si erano verificate la cessione da parte della società Averna dell’intero capitale dell’azienda piemontese Pernigotti al gruppo turco Toksoz, mentre il del 25% della proprietà del riso Scotti era stato andato al colosso spagnolo Ebro Foods. Nel 2011 la società Gancia era andata ai turvhi di Rustam Tariko, il 49% di Eridania Italia Spaalla francese Cristalalco Sas e la Fiorucci salumi alla spagnola Campofrio Food Group. Nel 2010 il 27% del gruppo lattiero caseario Ferrari Giovanni Industria Caseari fondata nel 1823, che vende tra l’altro Parmigiano Reggiano e Grana Padano, era stato acquisito dalla francese Bongrain Europe Sas e la Boschetti Alimentare Spa, che produce confetture dal 1981, era diventata di proprietà della francese Financière Lubersac. Nel 2003, invece, il doloroso addio al marchio birra Peroni, passata all’azienda sudafricana Sab Miller.

 

 

 

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