Scadrebbe il tempo dato dal presidente americano Donald Trump all’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Se non succedesse, in un post sul suo social Truth il tycoon ha minacciato di scatenare “l’inferno”, colpendo le centrali elettriche e i ponti iraniani. Poi, a Fox News, ha detto di valutare “l’ipotesi di far saltare tutto in aria e impossessarmi del petrolio”, pur parlando di “una buona probabilità” di raggiungere un accordo. Stando ad alcuni rapporti dell’intelligence Usa visionati dall’agenzia Reuters, sembra però improbabile che lo Stretto riapra di qui a breve.
Lo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo da cui fino al 28 febbraio (giorno dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran) passava circa il 20% della produzione mondiale di petrolio, è l’unica vera leva che Teheran ha contro Washington, dicono “tre fonti vicine al dossier”, tutte anonime, come si legge su Reuters.
Sulla carta, gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra per impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari. Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group, evidenzia però come, nel tentativo di impedire a Teheran di sviluppare un’arma di distruzione di massa, gli Usa gli hanno in realtà consegnato un’arma di “disgregazione di massa”, cioè il controllo su quanto succede ai prezzi del mercato energetico mondiale.
Negli ultimi sviluppi che stanno attirando l’attenzione degli analisti del commercio internazionale e della sicurezza marittima, è emersa una nuova rotta nello Stretto di Hormuz che potrebbe modificare gli equilibri delle spedizioni globali. Secondo i dati analizzati da sistemi AIS (Automatic Identification System) e tecnologie di telerilevamento, riportati da NDTV, almeno quattro grandi navi commerciali, tra cui petroliere, una nave LNG e un cargo battente bandiera indiana, hanno utilizzato un percorso alternativo che evita le acque internazionali e resta all’interno delle acque territoriali dell’Oman. Tra queste imbarcazioni figurano due Very Large Crude Carrier, la Habrut e la Dhalkut, entrambe registrate alle Isole Marshall, oltre alla nave gasiere Sohar, battente bandiera panamense. Le tre unità hanno attraversato la zona entrando nelle acque omanite nei pressi di Ras Al Khaimah, per poi disattivare i segnali AIS vicino alla penisola di Musandam, riapparendo successivamente a circa 350 km dalla costa di Mascate. Le analisi di tracciamento marittimo fornite da TankerTrackers indicano che le petroliere trasportavano circa 2 milioni di barili di petrolio greggio proveniente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Per quanto riguarda la nave Sohar, salpata dal porto di Al Hamriyah, non è stato confermato il carico, anche se risulta parzialmente carica. A seguire, anche un cargo indiano identificato come MSV Quba MNV 2183 ha percorso lo stesso corridoio. Le informazioni sul suo viaggio derivano da dati AIS e monitoraggio navale, che indicano la partenza da Dubai e una posizione in acque aperte vicino al porto di Dibba, in Oman. La destinazione finale e il tipo di carico restano al momento sconosciuti. Questa nuova rotta sembra emergere in risposta alle crescenti tensioni nell’area. Dopo gli attacchi contro le navi segnalati da diversi media internazionali, tra cui NDTV, il rischio per il traffico marittimo è aumentato in una zona da cui transita circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. Parallelamente, l’Iran ha sviluppato un proprio percorso di navigazione interno alle sue acque territoriali, imponendo controlli diretti sulle imbarcazioni e, secondo quanto riportato da analisi e fonti marittime internazionali, applicando un sistema di autorizzazione e monitoraggio caso per caso. Alcuni report parlano anche di un possibile “pedaggio” sulle petroliere in transito. Il nuovo itinerario utilizzato dalle navi, tuttavia, potrebbe rappresentare un tentativo di ridurre l’influenza diretta su uno dei passaggi marittimi più delicati al mondo, aprendo scenari inediti per la sicurezza energetica e per il commercio globale.
Una seconda nave collegata al Giappone ha attraversato lo Stretto di Hormuz, uscendo dal Golfo Persico nonostante il blocco imposto dal conflitto con l’Iran.
Lo confermano il ministero dei Trasporti nipponico e la compagnai di navigazione Mitsui O.S.K.
Nello specifico, la Green Sanvi, gasiera per gas di petrolio liquefatto (Gpl) battente bandiera indiana e controllata dalla giapponese Mitsui O.S.K. Lines, ha completato il transito ieri ed è diretta in India, aggiungendo che l’equipaggio sull’imbarcazione e la merce sono al sicuro. Il passaggio segue quello di venerdì di una nave con carico di gas naturale liquefatto della stessa compagnia, prima nave giapponese a transitare dopo le restrizioni iraniane.
Secondo fonti locali, Teheran richiederebbe un pedaggio di circa 1 dollaro per barile alle navi in transito; ma non è chiaro se la Green Sanvi abbia corrisposto la somma.
Al momento restano bloccate nel Golfo Persico 43 navi legate al Giappone, riferiscono i media locali. La chiusura dello stretto ha interrotto flussi di greggio e fatto impennare i prezzi internazionali, colpendo Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni dal Medio Oriente come il Giappone. La premier Sanae Takaichi ha rassicurato sui social: “Disponiamo di riserve petrolifere per circa otto mesi e stiamo accelerando l’approvvigionamento da fonti alternative, tra cui Stati Uniti, Asia Centrale e America Latina”.
Nel frattempo, di fronte all’incertezza sulla durata del conflitto, il governo valuta misure per contenere la domanda di petrolio e mitigare l’impatto economico sul Paese. In una visita a Nara, la città a ovest di Tokyo, il ministro delle Infrastrutture, Yasushi Kaneko, ha ribadito che la priorità resta “la sicurezza di equipaggi e navi”, promettendo aggiornamenti costanti alle parti interessate.
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