Strage degli ebrei a Sidney, conseguenza di Gaza?

Il titolo che circola è già una tesi e come tutte le tesi pretende di essere dimostrata.Se davvero a Sydney si fosse consumato un atto di violenza antiebraica di massa,il primo dovere del giornalismo sarebbe separare i fatti dalle cornici interpretative e resistere alla tentazione di spiegare l’orrore con una scorciatoia geopolitica.Attribuire automaticamente una violenza locale a un conflitto lontano equivale a importare una guerra simbolica nei quartieri di una democrazia e a trasformare una comunità in bersaglio collettivo.La storia recente insegna che l’antisemitismo prospera proprio quando si confonde l’identità con la politica e quando l’emozione sostituisce l’analisi.

La parola “conseguenza” è il nodo.Perché implica causalità diretta e quasi giustificativa,come se il massacro fosse una reazione comprensibile a ciò che accade a Gaza.Questa logica non regge sul piano dei fatti né su quello morale.Le guerre producono onde lunghe di dolore e radicalizzazione,ma nessuna guerra autorizza la punizione di innocenti altrove.La responsabilità penale è individuale,non etnica né religiosa,ed è questo principio che tiene in piedi lo Stato di diritto.Quando i titoli lo erodono,aprono varchi alla propaganda e all’emulazione.

C’è poi il rischio politico.Leggendo la violenza attraverso il prisma unico di Gaza si alimenta una competizione vittimaria che azzera le differenze tra critica legittima a un governo e odio verso un popolo.Il risultato è una polarizzazione che rende più fragile la sicurezza interna e più povero il dibattito pubblico.L’Australia come l’Europa non è un teatro periferico del Medio Oriente ma una società pluralista che deve prevenire l’importazione dei conflitti senza censurare il dissenso e senza normalizzare l’odio.

Un editoriale asciutto non cerca capri espiatori ma responsabilità.Indaga le reti che radicalizzano,le falle nella prevenzione,le parole che incendiano,le istituzioni che devono proteggere.Se c’è stata violenza antiebraica va chiamata con il suo nome e perseguita con gli strumenti della legge.Se si parla di Gaza lo si faccia con rigore,riconoscendo la complessità e rifiutando nessi automatici.Solo così il giornalismo smette di essere megafono dell’ira e torna a essere argine della verità.

Circa Andrea Viscardi

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