Spiagge pubbliche aperte ai turisti: cosa bisogna sapere

Se siete tra chi ama le spiagge libere e desiderate godere di sole e mare a costo zero, ecco cosa sapere sui diritti e doveri dei bagnanti in Italia

Quest’anno, l’estate ha bussato con prepotenza alle porte prima del previsto, e con l’arrivo delle attese giornate di sole e caldo tantissimi turisti italiani e stranieri hanno preso d’assalto le splendide spiagge del nostro Paese. Se c’è chi anche al mare non vuole rinunciare alle comodità, e va in cerca di stabilimenti e lidi attrezzati, in molti preferiscono riversarsi sulle spiagge libere, il più delle volte incastonate in paesaggi da cartolina o circondate da selvaggi scenari naturali. Se siete tra chi preferisce questa seconda opzione, ecco tutto quello che c’è da sapere.

Spiagge e lidi fanno parte del demanio marittimo dello Stato, ciò vuol dire che sono un bene pubblico. Lo Stato può affidare le spiagge in concessione ai privati, ma l’accesso al mare dovrebbe rimanere libero e gratuito, quindi gli stabilimenti balneari dovrebbero consentire la libera fruizione della battigia, anche  ai fini della balneazione.

Tecnicamente, la battigia è “quella parte di spiaggia contro cui le onde si infrangono al suolo, che si estende per circa cinque metri dal limitare del mare”. Fanno eccezione le spiagge di ampiezza inferiore a 20 metri, per le quali l’estensione del bagnasciuga può essere ridotta fino a tre metri. Questa striscia di sabbia è uno spazio pubblico per eccellenza, dove è possibile transitare o fermarsi per un tuffo in mare.

Laddove si decida di usufruire dei servizi messi a disposizioni del lido, come ombrellone, sdraio, docce e cabina, è normale che questo avvenga dietro pagamento. Ma chi vuole semplicemente raggiungere il bagnasciuga, per fare un tuffo in acqua, per il passaggio o lo stazionamento sopra i cinque metri (o tre) di battigia, non è tenuto a pagare alcun ticket d’ingresso. Tuttavia, è bene sapere che la sosta temporanea sulla battigia è consentita a patto che non intralci il passaggio degli altri bagnanti e che non ostacoli il corretto svolgimento delle operazioni di salvataggio (la regola, naturalmente, vale anche per i lettini e gli ombrelloni degli stabilimenti balneari).

In Italia, la normativa prevede che gli stabilimenti debbano essere intervallati da spiagge libere, senza che queste vengano relegate a zone meno suggestive o ad aree periferiche del litorale. Per legge, spetta alle Regioni dover individuare un corretto equilibrio tra le aree concesse a soggetti privati e gli arenili liberamente fruibili. A ciò si aggiungono anche le ordinanze dei Comuni.

Trovare una spiaggia libera in Italia è diventata un’impresa sempre più ardua. È quanto emerge dal rapporto 2021 di Legambiente che evidenzia un aumento delle concessioni balneari del 12,5% in 3 anni. Si stima che meno della metà delle spiagge italiane sia liberamente accessibile per fare un bagno. In alcune regioni si registrano veri e propri record: è il caso di Liguria (qui le località dove trovare le spiagge più ampie), Emilia-Romagna e Campania, dove quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari. Cresce, inoltre, il numero di stabilimenti al sud, in particolare in Sicilia, con un aumento di quasi 200 nuovi stabilimenti nell’ultimo triennio.

Per fortuna, nel rapporto emergono anche esempi virtuosi, come la Puglia, con le sue bellissime spiagge selvagge, che da 15 anni ha stabilito il principio del diritto di accesso al mare per tutti fissando una percentuale di spiagge libere pari al 60%. La Sardegna (dove troviamo diverse spiagge a numero chiuso) ha disciplinato l’esercizio delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo destinato ad uso turistico-ricreativo, attraverso le ‘Linee guida per la predisposizione del Piano di utilizzo dei litorali’, mentre il Lazio ha approvato la Legge Regionale 8/2015 che va nella direzione di ristabilire un giusto equilibrio per l’accessibilità del litorale, prevedendo che siano liberi almeno il 50% dei metri lineari dell’arenile di propria competenza

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