Specializzazioni mediche, il 17% delle borse resta vuoto. In emergenza-urgenza la metà dei posti non assegnata

Nel 2025 il concorso per le Scuole di Specializzazione in Medicina ha messo a bando 15.283 contratti, ma 2.569 di essi sono rimasti non assegnati. In altre parole, quasi una borsa su cinque è andata deserta. A segnalare la criticità sono Anaao Giovani e ALS, che parlano di un fenomeno ormai “strutturale”, con il picco più grave nella medicina d’emergenza-urgenza, dove su 976 posti solo 537 sono stati coperti: poco più della metà. Rispetto al 2024, quando le borse scoperte erano state il 25% del totale, si registra un lieve miglioramento. Ma la tendenza resta negativa per le discipline considerate più gravose, dove la fatica, i rischi e la scarsa tutela rendono il mestiere sempre meno attrattivo. La carenza non riguarda solo i pronto soccorso, ma anche molte specialità chirurgiche, sempre meno scelte dai giovani medici per l’elevato livello di stress, l’impegno continuativo e la difficoltà di conciliare i ritmi ospedalieri con una vita personale equilibrata. Specialità che richiedono anni di formazione, turni prolungati e un carico di responsabilità costante vengono spesso evitate a favore di percorsi percepiti come più sostenibili. Turni massacranti e stipendi bassi Nei pronto soccorso italiani mancano medici, infermieri e sicurezza. Secondo la Simeu, la società scientifica dei medici d’urgenza, in alcuni ospedali le carenze superano il 55% del personale previsto, mentre nei dipartimenti di emergenza di primo livello la media nazionale sfiora il 40%. Le ragioni sono note: turni interminabili, carichi di lavoro insostenibili, rischio di aggressioni e un senso di precarietà costante. A ciò si aggiunge una retribuzione che scoraggia molti giovani. La borsa di specializzazione vale circa 1.680 euro lordi al mese, che si riducono a 1.300 netti dopo tasse e contributi. Una cifra considerata insufficiente da chi affronta cinque anni di formazione in reparti spesso sotto pressione, con orari imprevedibili e responsabilità crescenti. Il paradosso dei medici a gettone Per coprire i turni vacanti, molte aziende sanitarie ricorrono a medici “a gettone”, professionisti pagati a giornata o a ore. Secondo i dati dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, tra il 2019 e il 2024 la spesa complessiva per queste prestazioni ha raggiunto 2,14 miliardi di euro, di cui 457,5 milioni nel solo 2024. I compensi ai medici sono cresciuti del 20% rispetto all’anno precedente, arrivando a 42,3 milioni: un modello che, secondo i sindacati, “tiene in piedi le corsie ma svuota la sanità pubblica”. Per limitare il fenomeno, il decreto legge del 30 marzo 2023 ha introdotto vincoli severi e, dal 31 luglio 2025, è entrato in vigore il divieto di nuovi contratti a gettone, salvo casi eccezionali. Tuttavia, nelle regioni del Nord, dove il fabbisogno è più alto, l’esternalizzazione resta diffusa. Specialità e territori: l’Italia divisa Se dermatologia, endocrinologia e chirurgia plastica continuano a registrare il 100% di copertura, in emergenza-urgenza, anestesia, rianimazione e chirurgia generale si fermano a poco più del 50%. Il Nord concentra la maggior parte delle borse rimaste scoperte e la spesa più alta per professionisti esterni: in testa Piemonte, Lombardia e Toscana. Ma anche in molte regioni del Sud la situazione è critica, con ospedali costretti a chiudere reparti o a sospendere i turni notturni per mancanza di personale. Le proposte dei sindacati Anaao e ALS chiedono una riforma profonda della formazione post-laurea. Al centro, l’introduzione di un contratto di formazione-lavoro che riconosca da subito lo specializzando come lavoratore, con diritti, tutele e una retribuzione proporzionata alle responsabilità. Propongono inoltre la creazione di “learning hospital”, ospedali universitari dove la didattica e l’attività clinica convivano in modo integrato, evitando che lo specializzando venga trattato come manodopera a basso costo. Accanto a questo, servono incentivi mirati: indennità economiche per chi lavora in pronto soccorso e nelle discipline più complesse, percorsi di carriera più rapidi, maggiore sicurezza e protezione contro le aggressioni. Le risorse oggi destinate ai gettonisti — sostengono i sindacati — potrebbero finanziare migliaia di assunzioni stabili e migliorare la qualità formativa. Il punto di vista del paziente Dietro i numeri, ci sono conseguenze concrete per i cittadini. Ogni borsa vuota significa un futuro specialista in meno, un turno scoperto, un pronto soccorso con tempi di attesa più lunghi o un reparto chirurgico con personale ridotto. Le associazioni dei pazienti ricordano che il diritto alla salute passa anche dal diritto di essere curati da medici specialisti, non da professionisti ancora in formazione o da personale a tempo determinato chiamato a coprire le urgenze. Secondo un’analisi GIMBE, nel 2024 oltre un milione e mezzo di italiani si sono rivolti a pronto soccorso di regioni diverse dalla propria per mancanza di disponibilità locale. Una priorità nazionale Le 2.569 borse rimaste vuote non sono un dettaglio burocratico, ma il sintomo di un sistema che fatica ad attrarre e trattenere i suoi giovani professionisti. Senza una riforma strutturale della formazione, una revisione dei fabbisogni e una valorizzazione reale del lavoro medico — soprattutto nelle specialità più impegnative — il rischio è quello di un progressivo impoverimento del Servizio sanitario nazionale. Perché meno medici oggi significa più attese domani, meno continuità assistenziale e più disuguaglianze tra chi può curarsi e chi no. Il problema non è solo delle corsie: riguarda tutti. Valentina Alvaro

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