Una veduta di Palazzo Chigi dove è in corso un nuovo vertice di governo sul testo del decreto di Agosto, Roma 6 agosto 2020. MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA

Silenzio elettorale dopo una incandescente campagna elettorale svolta tra offese e minacce di botte

La manifestazione del centrodestra a Piazza del Popolo dà subito l’idea del grande entusiasmo che sta accompagnando il rush finale della campagna elettorale. La piazza è stracolma. È un appuntamento storico, quello del 25 Settembre, si decide il futuro. Lo slogan della coalizione “Insieme per l’Italia” sullo sfondo blu sovrasta i simboli dei partiti appena visibili alle spalle dei militanti sul palco. Un enorme striscione in mezzo alla piazza dice “Noi siamo Giorgia”. In un altro, si legge “Tempo di Patria”.

Nella serata romana di Piazza del Popolo,   che chiude la campagna elettorale,  il popolo di destra si ritrova. Giorgia Meloni si guarda intorno: non sia mai c’è qualche giornalista pronto a spargere veleno.

I leghisti presenti non credono al crollo del partito nei sondaggi. “Lo dicono perché gli conviene ma andiamo a vincere tutti insieme e insieme governiamo”, dice dal palco Matteo Salvini.

E lo dice Silvio Berlusconi, che sembra un padre benedicente: l’Italia non vuole essere di sinistra, io lo so, l’ho sempre saputo. E ci ha scommesso sopra, tanti anni fa. E ha vinto: «Eccoci finalmente qui», dice. «È un grande piacere vedere sventolare tutte insieme le bandiere di Fdi Lega e Fi. Il nostro Paese non vuole essere governato dalla sinistra. E vi voglio anche ricordare che 28 anni fa noi siamo scesi in campo per evitare la presa del potere da parte di una sinistra guidata dall’ex Partito comunista che aveva cambiato solo il nome ma non i suoi protagonisti e le sue idee».

Fino all’ultimo Enrico Letta preferisce l’offesa al confronto con gli avversari. La criminalizzazione ideologica condita dal tradizionale complesso di superiorità che ha mandato a sbattere la sinistra. La piazza di centrodestra traboccante a piazza del Popolo? “È  la piazza dell’Italia che vuole tornare indietro. Molto diversa da quella del Pd,  che sarà la piazza dell’Italia che vuole andare avanti sull’ambiente, i diritti, il lavoro, la scuola e la sanità pubblica”. Così il segretario dem dai microfoni del Tg3 commentando nervosamente il bagno di folla che ha portato nella capitale il popolo di un centrodestra unito, vento in poppa nei sondaggi. Che ha tutte le carte in regola per sfrattare il Pd dal palazzo del potere.

Il segretario del Pd continua ad abbaiare alla luna. Nell’altra metà del campo è tutto da rottamare. Anche se la sua strategia di criminalizzazione dell’avversario si è rivelata un boomerang, a detta dei suoi stessi alleati progressisti, continua a cavalcare la narrazione di una destra passatista, pericolosa, retrograda. “È la piazza che vuole tornare indietro”. Ancora slogan a effetto, ancora bufale per richiamare alle urne il popolo della sinistra delusa dal Nazareno e dalle sue piroette. Non potendo competere sui numeri nel derby della piazza, ignorato dai social, rassegnato al processo del dopo voto, Letta gioca l’unica carta che ha in mano: screditare l’avversario come roba del passato, con la stanca retorica della pericolosa deriva autoritaria, con buona pace della democrazia.

Matteo Renzi con Calenda non andrebbe – secondo i sondaggi – oltre il 6 e il 7% a Napoli, il leader di Italia Viva ha cercato di incoraggiare i suoi candidati con una frase deprimente più che stimolante: “Partiamo con un applauso a tutti i candidati, non solo per le prime file. Candidati che sicuramente passeranno, perchè prenderemo tra il 72 e il 73%”. E la sala è scoppiata a ridere. I sondaggi non sorridono al Terzo Polo, perfino Renzi ne è consapevole. Doppia cifra? “Io sono un pochino piu’ moderato, Calenda punta su risultati più ampi. Io penso che comunque sarà un successo, poi anche io spero di fare doppia cifra”. Ma poi rilancia: “C’è una sola possibilità che Meloni non vada a palazzo Chigi , che noi facciamo più del 10 per cento”. E questa non è una battuta, ma una vera e propria barzelletta.

Nel variegato mondo di sinistra, alternativo al centrodestra, i nervi sono tesi. A una manciata di giorni dal voto, tra Pd, Terzo Polo e Cinque Stelle si consuma un tutto contro tutti, senza esclusione di colpi. L’ultima rissa a distanza vede tornare sul ring Renzi e Conte, con Letta immancabilmente tirato in ballo. «Il Pd? Ormai è il farmaco generico dei 5 stelle. C’è il farmaco normale e il generico e il Pd è il generico dei 5 Stelle. E mi dispiace molto».

Nel centrosinistra tutti contro tutti con il leader di Italia Viva che gioca sul filo dell’ironia ma si innesta su un clima elettorale  incandescente. Il giudizio che il leader di Iv Matteo Renzi esprime sulla  campagna di Conte e 5S ‘non solo populista, ma clientelare sul reddito di cittadinanza’. Finito a pesci in faccia con il numero uno di Iv che rilancia: «Sei un mezzo uomo» indirizzato al leader grillino. Il quale ha risposto al fuoco con un sonoro: «Vieni a dirlo senza scorta»…

“Sapete cosa ha detto oggi a Palermo? Ha detto ‘Renzi venga senza scorta’ a parlare del reddito di cittadinanza. Cosa stai facendo Conte? Minacci la violenza fisica? Ti devi vergognare, sei un mezzo uomo, abbi il coraggio di fare un confronto civile. Questo è linguaggio mafioso”.

Dal canto suo Conte non si sottrae al duello e ribadisce il concetto. “Renzi parla di vergogna. Ma se non si vergogna lui, senatore della Repubblica, che si è fatto pagare dagli arabi e ha fatto una marchetta sul Rinascimento Saudita, possono vergognarsi le persone che prendono il reddito di cittadinanza? Lui prende 500 euro al giorno”.

“Secondo voi – ha concluso Conte – tutte queste persone che applaudono prendono tutte il reddito di cittadinanza? Renzi deve fare una cosa, venga, finalmente senza scorta, in mezzo alla gente a parlare, ad esporre le sue idee. Venga a dire che in Italia non occorre un sistema di protezione sociale. Venga a dirlo e non si nasconda”.

Una prova muscolare che si aggiorna alle ultime esternazioni di Renzi, culminate in sarcastici interrogativi: «Cosa vuol dire? Il retro pensiero non è sulla casta, perché Conte ha una scorta tre volte la mia. Conte ha più scorta di me. Come fa l’ex premier a dire cose del genere? Mi vuole picchiare? Mi vuole fare picchiare da quelli col reddito di cittadinanza?».

Quelli che si propongono come leader – sognando un posto al sole a Palazzo Chigi – stanno dando di loro un’immagine squallidissima. I peggiori sono Calenda e il capopopolo Conte. Ma anche Renzi e qualche compagno sparso qua e là non scherzano. Si passa dagli insulti alla promessa di botte

A scatenare l’ultima rissa in ordine di tempo è Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista. Che se l’è presa con una dichiarazione del leader di Azione: «Le disuguaglianze al sud si combattono con l’assistenza sanitaria e l’istruzione. non con 900mila forestali e il reddito di cittadinanza». Il virgolettato di Calenda  ha portato alla risposta di Acerbo: «Francamente chi diffonde bufale del genere merita di essere menato per la strada».  La risposta del capo del Terzo Polo non si è fatta attendere. «Il segretario di Rifondazione comunista, alleato con De Magistris, ha detto che io devo essere menato per strada. Io gli ho dato il mio indirizzo di ufficio. Mi venisse a trovare vediamo come va a finire», ha detto Calenda a “Quarta Repubblica” su Rete 4. Anche su Twitter scrive: «Fasciocomunista provaci. Non mi sono mai fatto spaventare dalle minacce. Corso Vittorio Emanuele II, 21. Chiama per appuntamento. Istruzione e sanità sono i pilastri del welfare state. È che oramai avete dimenticato anche le basi».

Alla fine della fiera questi passaggi, verbali e non, hanno rappresentato questa vergognosa campagna elettorale che ha lasciato da parte l’ormai scomparsa perizia politica. A Roma è stato riverniciato di fresco uno slogan affisso sul muro: ‘A ridatece er puzzone…’, che rimarca la mancanza di Giulio Andreotti…

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