Senato e riforma costituzionale

Le riforme costituzionali superano i primi voti dell’Aula del Senato, che respinge le pregiudiziali presentate dalle opposizioni, con la minoranza del Pd che vota assieme alla maggioranza. Le opposizioni protestano, ma a segnare la giornata è il nuovo capitolo dello scontro che contrappone il premier Renzi al presidente del Senato Pietro Grasso. I primi due voti dell’aula hanno rigettato in blocco le pregiudiziali di costituzionalità presentate dall’opposizione e la richiesta di rinvio del disegno di legge in Commissione: 171 i “no” e 99 i sì, con uno spread di voti molto ampio, che ha spinto i senatori della maggioranza del Pd a dichiararsi ottimisti. Questa ampiezza di numeri è considerata un buon argomento per convincere almeno parte dei 28 dissidenti della minoranza Dem ad appoggiare il ddl Boschi, anche perché in aula verranno presentati alcuni emendamenti che recepiscono diverse richieste importanti non solo della minoranza del Pd, ma anche di Lega, Fi, M5s e Sel. ‘Una condivisione è possibile’ ha detto Verducci dopo aver visto i bersaniani votare con la maggioranza. Ad oggi però le opposizioni non fanno sconti. Roberto Calderoli continua a minacciare 10 milioni di emendamenti, e tanto il M5s quanto Forza Italia si sono appellati al presidente Mattarella, che però durante la fase parlamentare di una legge non può pronunciarsi. I senatori del M5s hanno anche deciso per protesta di fare un ‘Aventino’ a tempo indeterminato in Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Ma ad aggrovigliare i fili della giornata è stata la battuta riferita da un quotidiano, e smentita in mattinata dal premier, e secondo la quale Renzi, in caso di impasse, vorrebbe abrogare il Senato per farne un museo. Poche ore dopo la smentita, però, Renzi ha dato una risposta più sfumata a chi gli chiedeva se è vero che il governo, di fronte a un’eventuale decisione di Grasso di far votare gli emendamenti all’articolo 2, presenterebbe un contro-emendamento che introduce il monocameralismo e abolisce il Senato: ‘Se il presidente del Senato riaprirà la questione dell’articolo 2 ascolteremo le motivazioni e decideremo di conseguenza’, ha detto il premier. Nel pomeriggio Grasso ha replicato, ma scegliendo un registro diverso: ‘Coltivo la remota speranza che la politica possa far sua la capacità di fare del confronto leale e della comprensione reciproca la modalità principale della sua azione, piuttosto che far trapelare la prospettiva che si possa fare a meno delle Istituzioni relegandole in un museo’. Il tentativo è di ricondurre il confronto sui binari della normalità. La preoccupazione di Grasso, ma anche dei capigruppo della maggioranza in Senato, è che si arrivi a uno scontro totale in Aula. Già l’ipotesi di milioni di emendamenti, il termine scade mercoledì, bloccherebbe per una settimana i lavori solo per consentire di metterli in ordine ed a rischio sarebbe la scadenza del 15 ottobre. ‘Abbiamo l’esigenza di rispettare la data del 15 ottobre’, ha spiegato Maria Elena Boschi, ‘perché poi dobbiamo presentare la legge di Stabilità’. E a chi la accusa di fare le cose frettolosamente pur di approvare il suo ddl, la sua replica è stata secca: ‘Quale fretta? Sono 70 anni che stiamo aspettando la fine del bicameralismo paritario’. Al governo ne devono essere davvero convinti visto che Matteo Renzi, durante la conferenza stampa con il premier lussemburghese Xavier Bettel, ha sottoscritto quanto detto dalla Boschi: ‘Non per cattiveria, ma a chi dice che stiamo andando troppo veloci rispondo che questa riforma è attesa da 70 anni’. Pur di difendere il ddl che vuole modificare le prerogative e la composizione del Senato, premier e ministro si sono serviti di iperboli oratorie che datano la Costituzione quando ancora non c’era. La Carta italiana è stata, infatti, approvata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 27 dicembre 1947, entrando in vigore il primo gennaio 1948. Sarebbe stato difficile credere che qualcuno avesse pensato di riformarla ancor prima ancora di averla approvata. La gaffe del duo non è passata sotto traccia e sui social sono stati bersagliati da critiche e prese in giro. Per Renzi le riforme sono attese da 70 anni, si legge su Twitter, e stavolta si è veramente allargato. La Costituzione è del 48 e di anni ne ha 67. In verità c’è da dire che la data è stata indicata con ‘ lieve approssimazione per eccesso’, fatto che pur essendo privo di ‘risoluta precisione’ rende perfettamente il senso e la sostanza della riforma. E’ linguaggio parlato. Purtroppo si parla di un ministro e di un premier e non è possibile essere privi di precisione. Poi si parla di Matteo Renzi e della Boschi e non si poteva lasciar correre. Punto!

Cocis

 

 

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