“Sembri tua madre”: quando il teatro racconta l’amore che si ripete

Al Teatro Trastevere è andato in scena “Sembri tua madre”, la nuova commedia drammatica scritta e diretta da Francesca Bruni, in programma dal 3 al 7 dicembre 2025. Uno spettacolo che sulla carta sembra parlare di famiglia, tempo e somiglianze che attraversano le generazioni, ma che una volta seduti in platea sorprende, spiazza e tocca corde profonde. Io stessa sono arrivata convinta di vedere tutt’altro: il titolo mi aveva portata a immaginare un racconto sul rapporto fra madre e figlia. È una frase che mi sento dire spesso dal mio compagno, “sembri tua madre”, e che accolgo sempre con affetto, pensando a lei, oggi ottantaseienne, ancora bellissima, lucidissima, intelligente e con quel pizzico di ironica cattiveria che la rende unica. Per questo ero pronta a uno spettacolo che parlasse di eredità emotive femminili. Ho trovato invece una storia molto più ampia e universale.

La scena è una cucina romana: luci calde, oggetti quotidiani, il profumo del caffè, il rumore di un giradischi. Un ambiente semplice che diventa il cuore vivo di una famiglia qualunque, fatta di risate, abitudini, piccole tensioni e silenzi che raccontano più delle parole. È tutto familiare, riconoscibile, e proprio per questo capace di far abbassare le difese. A un certo punto, però, qualcosa si incrina e quel momento arriva con una delicatezza che colpisce allo stomaco. Sono entrata curiosa e tranquilla; sono uscita commossa, con le lacrime agli occhi e una grande sensazione di gratitudine.

Il tema centrale è l’amore in tutte le sue forme: quello tra fidanzati, tra coniugi, tra madre e figlio, tra padre e figlio. Ma non è un amore idealizzato; è un amore vero, che sostiene ma non sempre riesce a salvare, perché quando un figlio imbocca una strada difficile, l’affetto può non bastare, per quanto sia profondo e ostinato. Lo spettacolo lo racconta con onestà, senza giudizio, senza retorica. Ed è proprio questa verità a renderlo tanto toccante.

La storia d’amore dei due genitori è forse la parte più sorprendente: un amore interclassista, nato tra due giovani provenienti da ambienti sociali e culturali diversi, non sostenuti dalle loro famiglie ma capaci di scegliersi e costruire qualcosa di loro. Le vediamo attraversare insieme il tempo, le crisi, le fasi luminose e quelle difficili. Solo verso la fine tutto si chiarisce e si svela, e in quel momento la loro storia assume una potenza emotiva che arriva dritta al cuore. È una rivelazione che dà senso a tutto ciò che si è visto prima, e che amplifica la tenerezza e il dolore di questa coppia.

Luci, scenografia e costumi sono perfetti nella loro semplicità realistica: nulla è superfluo, tutto è calibrato per sostenere la narrazione con discrezione. Gli attori, Roberto Pesaresi, Daniela Bianchi, Francesco Della Torre, Giulia Mataloni e Michel Berinucci, portano in scena personaggi credibili, senza eccessi. Forse non sono impeccabili nel senso accademico del termine, ma non è quello che serve a questo spettacolo, che vive proprio della loro misura e autenticità. I più giovani sono freschi, spontanei, promettenti. Persino le barzellette raccontate in scena, leggere e affettuose, contribuiscono a creare un clima di verità domestica che riesce a far sorridere anche quando la storia si fa dolorosa. Perché, nonostante il dramma, in Sembri tua madre c’è sempre una luce, un calore, un modo in cui l’amore in qualche misura aggiusta, consola, o almeno accompagna.

Con questo spettacolo Francesca Bruni prosegue il percorso iniziato con “Maria Antonietta – L’ultima regina di Francia”, “Paolo & Francesca” e “Il Mostro dagli Occhi Verdi”, confermando uno stile che intreccia realismo quotidiano, ironia e un sottile richiamo cinematografico. È uno spettacolo che si crede semplice… finché non smette all’improvviso di esserlo. E in quel momento arriva l’emozione vera, quella che resta. Io l’ho sentita così: un regalo inaspettato, un piccolo schiaffo dolce, una storia che coinvolge perché parla di ciò che ci riguarda tutti. L’amore, le famiglie e quei gesti che tornano, si ripetono, ci formano, fino al punto in cui qualcuno può guardarci e dirci: “sembri tua madre”. E, improvvisamente, tutto acquista un senso.

Barbara Lalle

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