Dopo i fatti di Torino con la manifestazione di Askatasuna e gli incidenti che hanno portato al ferimento di diversi poliziotti, anche sulla sicurezza il campo largo dimostra di essere un “campo minato”. Le posizioni dei diversi partiti del centrosinistra sono tutte diverse l’una dall’altra. A dimostrazione che la coalizione non è mai diventata alleanza organica.
Chi ha espresso intransigenza e condanna su quanto accaduto sono Italia Viva e Azione, ma Carlo Calenda sembra sempre più lontano dal campo largo. Matteo Renzi ha nettamente preso le distanze dagli episodi di violenza, confermando di essere lontano mille miglia dalla cultura dei centri sociali. La stessa cosa ha fatto, almeno in parte, il Partito Democratico, retrocedendo alla fine probabilmente per paura di staccarsi da Avs, Cinquestelle e dai sindacati.
Ai comunisti di oggi è rimasto in mano solo il martello, impugnato non più dalla classe operaia, ma dai figli della buona borghesia: contro gli avversari politici. Ecco l’antifascismo militante. Il simulacro del vuoto programmatico, «dell’immaturità democratica», come ha denunciato Luca Ricolfi, della sinistra. Una formula reazionaria che non ha più, semmai lo abbia mai avuto, un’idea di futur, come ha spiegato Massimo Cacciari nel salotto di Lilli Gruber, stroncando uno dei tormentoni dei “belli ciao”: «Sulla Costituzione non c’è scritta la parola “antifascista”. Con la retorica dell’antifascismo non si va da nessuna parte. Tu sei antifascista nella misura in cui sei un democratico progressivo».
Il problema degli antifascisti di ogni ordine e grado è proprio questo, che sono pronti a scendere in piazza, utilizzando l’espediente del momento – Gaza, il Green deal, l’Ice – per contrapporsi a chi tenta di arginare questa deriva: come il governo Meloni. In nome di cosa? Di una furia che è semplicemente rigetto della politica, odio rivolto contro chi cerca di rimettere un po’ di ordine e giustizia sociale nel caos generato dalle utopie liberal. Tutti pronti, a varie gradazioni, a rifugiarsi nell’antifascismo. Da utilizzare come “clava” contro l’altro. Vi ricordate diTomaso Montanari? La più grave è il suo manifesto da neo-rettore: «Coltiverò i valori dell’antifascismo in modo militante: dobbiamo ricominciare a dare ai ragazzi lezioni di antifascismo». Un’uscita irresponsabile, eticamente disgustosa a maggior ragione perché pronunciata come “programma” per gli studenti per scagliarsi contro il Giorno del ricordo per i martiri delle foibe. Non si è trattato di una semplice boutade. Al contrario: quello di Montanari rappresenta uno dei piani narrativi, quello degli influencer, con cui questo neo-antifascismo cerca di prendere piede nel discorso pubblico.
A proposito di testimonial vi è di certo Ilaria Salis. La militante dei centri sociali arrestata e inquisita in Ungheria con l’accusa di far parte della famigerata, ma guarda un po’, Hammerbande (La banda del martello), salvata dal processo con l’elezione a Bruxelles fra le file dei rosso-verdi e dal successivo voto dell’assemblea dell’Europarlamento che le ha confermato l’immunità. Al di là della vicenda giudiziaria – lei si dichiara estranea alla vigliacca aggressione alle spalle nei confronti di alcuni militanti nazionalisti da parte del nucleo di “antifa” con cui è stata fermata – la decisione di portarla in Parlamento da parte di Avs ne fa “modello” della prassi: della serie, l’antifascismo militante non si processa.
I cattivi maestri, possiamo dirlo, non hanno mai lasciato i banchi di scuola. Come definire, se non così, la levata di scudi dei professori, antifascisti militanti, contro i liceali di Azione Studentesca. Colpevoli di cosa? Di aver sviluppato senso critico, denunciando in un questionario anonimo non i nomi dei docenti ma le situazioni in cui questi docenti invece di insegnare le materie scolastiche hanno utilizzato la cattedra per indottrinare i propri studenti: contro, figuriamoci, Giorgia Meloni, Charlie Kirk, la soluzione dei due popoli, due Stati in Medioriente, e così via. E sempre fra i banchi, questa volta alla Camera dei deputati, si sono resi protagonisti in negativo gli stessi parlamentari antifascisti: con l’occupazione liberticida della sala stampa organizzata per impedire fisicamente la presentazione della proposta di legge popolare sulla remigrazione.
A chiudere il cerchio ecco il pestaggio in branco del poliziotto – con il martello ridotto a macabro mezzo di “affermazione” – durante il corteo di «Torino è partigiana» per Askatasuna. Un’azione barbarica che rientra pienamente in quel “vuoto antifascista” che trova incredibili sponde e ammiccamenti nella sinistra del campo largo: ormai senza più alcun anticorpo nei confronti dell’estremismo. Completamente in balia, sui punti della policrisi, delle agende più radicali e pericolose. E con l’antifascismo militante come unico collante: reazione che annulla il «democratico progressivo». È il prezzo politico da pagare per chi intende raccogliere qualsiasi cosa e occasione pur di sperare di mandare a casa il governo della destra. Per il resto sanno bene dove andare. Da nessuna parte.
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.