Nel Pd si inizia a pensare a qualche strategia che non sia solo dare del fascista al governo Meloni, cosa che avviene con Elly Schlein. Vero è che ci sono stati i convegni incrociati dei riformisti e dei cattolici – uno a Milano per il lancio di Comunità Democratica, l’altro a Orvieto per l’assemblea di LibertàEguale – che hanno trasmesso una insoddisfazione della componente più moderata del centrosinistra, evidentemente non accontentata dal dibattito pubblico interno al Pd. Poi c’è stat. In ordine di tempo, l’intervista di Dario Franceschini a Repubblica con la formula del marciare divisi per colpire uniti rivolta al centrosinistra per affermare, senza fronzoli che non è con Schlein che si vincono le Politiche. Il lodo Franceschini, qualora venisse concretizzato, avrebbe come risultato lo stop ai leader dei principali partiti del centrosinistra come possibili aspiranti presidenti del Consiglio. Perché a quel punto servirebbe un nome terzo che metta d’accordo tutti. A differenza del destra-centro, dove i patti dicono che il primo partito indica il capo del governo, a sinistra non riescono ad accettare l’idea che se uno vince deve poter governare, e che gli altri diano una mano. A sinistra infatti sono tutti convinti di poter guidare la coalizione. Giuseppe Conte, per dire, non accetterebbe l’idea di non tornare a Palazzo Chigi. Per fare spazio a chi, poi? A Schlein? Impossibile.
A questo centrosinistra manca – ora e forse anche dopo le elezioni – una cosa fondamentale che ha il destra-centro: Giorgia Meloni. O meglio, un collante che sia l’elemento di stabilizzazione della maggioranza. Ma, per ora, non si vedono collanti di centrosinistra. Nessuno parla delle segreterie Letta e Zingaretti e dei risultati che hanno prodotto. Magari nei famosi territori, in giro per l’Italia, ci sarà pure qualche potenziale leader nazionale. La suggestione di Ernesto Maria Ruffini è già tramontata persino per guidare l’ex Terzo Polo, il centrosinistra sembra dunque alla ricerca di una “riserva della Repubblica”, ma in realtà avrebbe bisogno, per citare il sottotitolo di un libro di Antonio Funiciello, di “leadership che attraversano i deserti”.
Al momento queste leadership sono assenti, anche se viene citato il nome di Paolo Gentiloni. Da fine agosto Paolo Gentiloni è senza poltrona, diventando «un disoccupato eccellente» e «ingombrante». L’ex presidente del Consiglio ha traslocato da Bruxelles a Roma. Certo, il curriculum, ministro degli Esteri, presidente del Consiglio, commissario Ue, consentirebbe a Gentiloni di accasarsi, come Letta e Di Maio, senza difficoltà su qualche comoda poltroncina, ben retribuita, dei vari enti europei, ma Gentiloni vuole rimettersi in gioco sul campo. Cosa farà ora? Se lo chiedono in tanti al Nazareno. La prima a porsi la domanda, per interesse diretto, è la segretaria Elly Schlein. La capa dei dem avrebbe confezionato due proposte: la presidenza del Pd, dopo il trasloco di Bonaccini a Bruxelles, o la guida della Fondazione Pd, al cui timone c’è oggi Nicola Zingaretti. Due offerte che Gentiloni, fa trapelare tramite i suoi emissari, rifiuta con garbo. Si capisce. Si tratterebbe di passare da disoccupato a pensionato. Il commissario Ue agli Affari economici vuole un incarico più operativo. La minoranza interna dei democratici, da Guerini a Bettini, puntava sulla carta Gentiloni per il dopo Schlein. Ma oggi la leadership della segretaria non sembra più in pericolo. Si sono allineati tutti. Il voto alle Europee ha certificato la forza di Schlein rispetto agli avversari interni. Il primo piano di Gentiloni salta. E poi l’ex capo del governo non avrebbe i numeri in Parlamento per iniziare una guerra contro la segreteria. C’è un’opzione fuori dal Pd: Gentiloni federatore del contenitore centrista alleato del Pd.
La terza opzione è più un sogno che un’ipotesi concreta: Gentiloni è convinto di aver le carte in regola per diventare il candidato premier del campo largo. Nel Pd l’ala vicina alla segretaria, non si risparmia in battute al veleno: «Se passa il premierato, te lo immagini Gentiloni contro Meloni? Finisce 70 a 30. Ovviamente per Meloni», commenta al Giornale un giovanissimo deputato dem della truppa Schlein.
In realtà Dario Franceschini, con la sua proposta super-proporzionale, si è fatto promotore di una campagna che ha fatto breccia in moltissime anime dei Dem, come si è visto nei recenti convegni dei liberal del partito a Orvieto e dei cattolici a Milano. Una parte maggioritaria e sostanziosa del Partito Democratico non ritiene Schlein in grado di guidare la coalizione o l’eventuale cosiddetto campo largo e quindi puntare a Palazzo Chigi e alla guida del governo.
Oltre a Franceschini, parliamo di big del calibro di Pierluigi Castagnetti, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini e anche del padre nobile dell’Ulivo Romano Prodi. Tutti coalizzati attorno al nome di Paolo Gentiloni, ex commissario europeo che in tanti nel Pd ritengono essere l’unico in grado di poter riportare i Dem al potere. Ma per arrivare a questo obiettivo serve una legge elettorale proporzionale e che soprattutto non abbia un premio di maggioranza e che, come in Germania, lasci alle trattative tra i partiti dopo la chiusura dei seggi la formazione del nuovo esecutivo.
Ufficialmente Forza Italia si dichiara fedele al Centrodestra e a Meloni, ma dietro le quinte i moderati del Pd assicurano di essere in contatto con parti importanti del partito di Antonio Tajani, e perfino anche con una fetta della Lega vicina a Giancarlo Giorgetti, per poter spingere il più possibile verso una legge elettorale non maggioritaria e che quindi favorisca le alleanze e le intese dopo il voto. E’ chiaro che il sistema attuale va benissimo a Schlein, il Pd è nettamente il primo partito dell’eventuale coalizione di Centrosinistra e lei, di conseguenza, la candidata naturale a guidare il governo.
Ma questo non va assolutamente bene alla maggioranza dei dirigenti Dem, soprattutto ma non solo ex Margherita. E quindi ecco l’amo del proporzionale lanciato da Franceschini – tanto c’è tempo e il premierato lo danno ormai tutti per morto e sepolto – in attesa che i temi maturino per far convergere altre forze. E non solo nel Centrodestra perché, ad esempio, anche Giuseppe Conte avrebbe un grande vantaggio con un sistema non maggioritario. Andando da solo potrebbe fare una campagna più identitaria e prendere più voti, soprattutto al Sud (vedi ex reddito di cittadinanza) e poi dopo il voto potrebbe trattare il suo stimabile 10-12% per qualche ministero di peso. Insomma, all’interno del Pd – rigorosamente a microfono spento e dietro le quinte – si consuma una lotta di potere, anche perché la sinistra interna del partito – da Andrea Orlando a Roberto Speranza – dopo aver appoggiato Schlein alle primarie è stata di fatto abbandonata e lasciata senza ruoli chiave dalla segretaria.
E quindi la lunga e logorante resa dei conti è appena iniziata. Franceschini è molto paziente e attende che Meloni si bruci nel gioco quasi impossibile del dualismo Bruxelles-Washington, ovvero Donald Trump-Ursula von der Leyen, per poi rilanciare un sistema proporzionale che possa portare il Pd di nuovo al potere. Ma non certo con Schlein a Palazzo Chigi e magari con una sorta di grande coalizione che comprenda Forza Italia, l’ala moderata della Lega, i 5 Stelle di Conte e ovviamente Azione e Italia Viva di Calenda e Renzi. E con Gentiloni premier… che sarebbe l’obiettivo finale .
L’attivista del momento è l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, con il quale Schlein ha un rapporto complicato. Prodi dà dei consigli ma lei fa come le pare. Ogni volta che Prodi si esprime si riattiva un circuito politico-mediatico che, nella peggiore delle ipotesi, lascia intendere presunte sue strategie dietro le quinte per favorire questo o quel candidato. Sicché le sue analisi sullo stato di salute del Pd vengono sempre lette con attenzione. Specie ora che Franceschini se n’è uscito con quella proposta che sta facendo discutere il centrosinistra. «Il Pd di Schlein ha fatto ottimi progressi, ma non esiste in Europa nessun partito, neanche la grande Cdu-Csu, che possa farcela da solo. È la nuova democrazia che esige la coalizione. A questo punto accanto al Pd, che per le sue dimensioni ha la responsabilità maggiore, è bene che ci siano forze convergenti. Non devo essere certo io a organizzarle, ma è utile che si cominci a discuterne», ha detto Prodi in un’intervista a Repubblica, cogliendo anche il punto della mancanza di leadership attuale. «Il problema è vedere chi è in grado di federare. Quel ruolo si conquista, non è dato. La competizione è aperta per tutti, Schlein e altri».
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