Salvini vuole abolire il valore legale del titolo di studio

L’abolizione del valore legale del titolo di studio è una battaglia storica della Lega: ‘Dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell’università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio’, ha affermato il ministro dell’Interno Matteo Salvini  alla scuola politica del suo partito.

Il valore legale del titolo di studio è la certificazione per legge che ogni laurea, conseguita in ciascuna delle università in tutta Italia, ha lo stesso valore e lo stesso peso nei concorsi pubblici.

Secondo i suoi sostenitori, l’abolizione del valore legale servirebbe a favorire la concorrenza tra Università, incentivando il merito e contrastando sprechi e baronato, mentre chi si oppone teme che aumenterebbero le disparità tra atenei, sia qualitative sia economiche.

Il valore legale dei titoli universitari è stabilito dal Testo unico delle leggi sull’istruzione superiore (R.d. 1592/1933 art.167), e il principio viene ribadito nella riforma universitaria del 1999.

Il titolo di studio nel nostro ordinamento è il certificato rilasciato dall’autorità scolastica o accademica con cui si attesta il conseguimento del titolo, diploma  o laurea.

Con il ‘valore legale’, gli si riconosce la capacità di essere ufficialmente riconosciuto da tutte le amministrazioni pubbliche.

Chi è favorevole sostiene che l’abolizione avrebbe il vantaggio di promuovere la competizione virtuosa tra università.

Se il certificato di laurea non avesse più valore in sé, a dargli valore sarebbero altri fattori, ad esempio l’ateneo dove si è conseguito. L’ateneo sarebbe quindi incentivato ad assumere i docenti migliori, investire in ricerca per crescere nelle classifiche accademiche, offrire i corsi e i servizi migliori.

Allo stesso modo, anche nei concorsi pubblici la laurea perderebbe il suo valore universale, ma verrebbe in qualche modo ponderato sulla base della qualità dell’ateneo in cui si è conseguita.

Il principio è quello di  stilare una classifica degli atenei in base alla qualità dell’insegnamento, così che quando nei concorsi pubblici possa scegliere poi il personale in base alla graduatoria e all’università di provenienza, non al voto conseguito.

Chi si oppone all’abolizione sostiene che la perdita del valore legale avrebbe l’effetto di far esplodere le differenze tra atenei, creando università di serie A e di serie B.

Secondo i sindacati e l’associazione nazionale docenti l’abolizione sarebbe contraria ai principi costituzionali perché favorirebbe le discriminazioni, non solo tra università ma anche tra studenti.

Solo gli atenei più ricchi potrebbero garantire i servizi migliori, offrendo stipendi più alti ai docenti migliori. I costi ricadrebbero, almeno in parte, sugli studenti, con l’aumento delle tasse universitarie: solo i ceti più abbienti potrebbero permettersi l’accesso agli atenei migliori.

Secondo Salvini è il momento di abolire il valore legale dei titoli di studio. La proposta della Lega, ancora rintracciabile online sul sito della Lega Nord risale al luglio 2013: ‘Oggi una laurea presa in una qualsiasi Università italiana ha lo stesso identico valore, ma sappiamo bene che diversi Atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media’.

Per sostenere le ragioni dell’abolizione Salvini  indica altri motivi. L’abolizione è una questione da affrontare perché la scuola e l’università negli ultimi anni sono stati serbatoi elettorali e sindacali.

Favorevole all’abolizione anche il Movimento 5 stelle, che lo inseriva come punto del suo programma elettorale già nel 2009 e  che ha presentato una proposta di legge sul tema. Eloquente il titolo della proposta a prima firma Maria Pallini: ‘Divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici’. Le intenzioni tra i due partiti, quindi, sembrano essere simili. Ma prima di arrivare a una decisione sul tema la strada sembra ancora lunga e dovrà passare per una serie di modifiche chieste dal titolare del ministero di viale Trastevere.

Nella scorsa legislatura Carlo Sibilia, attuale sottosegretario al ministero dell’Interno, aveva presentato una proposta i questo senso, che prevedeva anche l’eliminazione del requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici.

 A gelare i promotori della proposta  per il momento, è il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che sembra voler attendere una riforma del mondo della scuola e dell’università che possa fare da apripista a nuove regole anche per il valore legale del titolo di studio: ‘Al momento non è in programma’.

 Oggi, però, per Bussetti le proprietà sono altre. Non una grande riforma dell’istruzione, ma quanto meno delle modifiche che creino maggiore semplicità, certezze e percorsi giusti e mirati per arrivare ad ottenere quello di cui la scuola ha bisogno per il bene degli studenti.

Sul punto c’è da valutare anche la posizione degli alleati di governo della Lega, il Movimento 5 Stelle. Che ha presentato una proposta di legge sul tema. Eloquente il titolo della proposta a prima firma Maria Pallini: “Divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici”. Le intenzioni tra i due partiti, quindi, sembrano essere simili. Ma prima di arrivare a una decisione sul tema la strada sembra ancora lunga e dovrà passare per una serie di modifiche chieste dal titolare del ministero di viale Trastevere.

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