Salone del Gusto, cibo e dialogo come ponti tra le diverse culture

“È bene che ci sia il dialogo tra i popoli e il cibo, può giocare un ruolo importante. Non potevamo mancare a questo momento di condivisione, è un bel modo per celebrare una giornata che avvicina le diverse popolazioni che abitano questo quartiere, oggi più che mai specchio di una società multietnica. Il confronto è centro di tutto, impariamo ad ascoltare, altrimenti se ognuno sta per conto suo…». Giuseppina Calcia ha 82 anni ed è nata, cresciuta e vissuta a San Salvario, quartiere che racconta, forse meglio di qualunque altro, che cosa significhi vivere la Torino multietnica. Grazie anche alla presenza dei luoghi di culto delle religioni dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Giuseppina ieri ha partecipato a un evento semplice, ma ricco di significato e che non è passato inosservato. In Largo Saluzzo, il salotto buono di San Salvario, i rappresentati delle tre religioni del Mediterraneo hanno inaugurato il Festival internazionale della cucina mediterranea, manifestazione voluta e organizzata dall’Associazione italo-francese Mediterran in collaborazione con Slow Food. L’obiettivo non è dei più semplici: favorire il dialogo e la convivenza tra culture e religioni diverse. Gli strumenti a disposizione rendono però il compito meno arduo: cibo, musica, scambio per imparare a conoscersi e così vivere insieme diventa un piacere.

L’incontro di ieri sera l’ha dimostrato: Franco Segre rappresentante della comunità ebraica di Torino, Don Mauro della chiesa San Pietro e Paolo di San Salvario, l’imam della moschea di Torino Mohamed Shahin e il pastore della chiesa valdese Paolo Ribet hanno raccontato come ciascuna religione celebra il cibo, il valore simbolico di ogni alimento, la comunione della condivisione. Ed è stato subito chiaro quanto questi valori, siano condivisi dalle quattro religioni rappresentate, non solo sul palco ma anche tra il pubblico.

Ed ecco che Torino si conferma la città dell’accoglienza e Terra Madre Salone del Gusto 2016 lo dimostra ancora una volta. Abbattute le barriere fisiche, non si poteva non eliminare qualsiasi forma di esclusione. Tanto che questa edizione di Terra Madre accoglie i nuovi torinesi coinvolgendo le centinaia di migliaia di migranti che hanno scelto la capitale piemontese per cominciare una nuova vita, costruire il loro futuro e dare una possibilità di scelta ai propri figli. E ancora una volta Carlo Petrini ha ricordato che “anche l’Italia ha vissuto l’esodo che ha contraddistinto milioni di italiani per più di un secolo: 24 tra il 1880 e gli anni Trenta del Novecento. Senza dimenticare i troppi italiani morti in incidenti navali nel tentativo di arrivare in America, proprio come avviene adesso con i barconi che sbarcano sulle nostre coste.

Quelle scene sono le stesse che si vedono oggi a Lampedusa e in Grecia, sono quelle vissute dai nostri nonni. E proprio questo Paese caratterizzato da una migrazione costante come può non accogliere chi arriva alle nostre porte con solo la speranza? Come possiamo non avere più memoria? La nostra agricoltura deve moltissimo alla presenza dei nuovi italiani: penso ai sikh che mungono le vacche per la produzione di Parmigiano reggiano o ai macedoni che raccolgono l’uva per il Barolo”. Per questo Terra Madre Salone del Gusto dedica un intero programma ai migranti: conferenze, feste, cene, momenti conviviali che ci insegnano come semplice sia stringere alleanze sincere attraverso la condivisione della cultura e del cibo.

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