‘Rusina’, stasera al Teatro Brancaccino di Roma

RUSINA
di e con Rossella Pugliese
aiuto regia Alessia Francescangeli
scenografia Santo Pugliese e Rossella Pugliese
disegno luci Nadia Baldi
produzione Teatro Segreto e deneb

TEATRO BRANCACCINO ROMA
dal 23 al 26 gennaio 2020

Lo spettacolo di cui Rossella Pugliese è autrice, regista e interprete e che, dal debutto nel 2017 al Napoli Teatro Festival, ha raccolto numerosi apprezzamenti della critica, è uno dei migliori della stagione del Brancaccino finora andati in scena. Originariamente scritto come sceneggiatura – l’autrice è una “giovane attrice emergente” – sembra aver trovato il suo vero destino nel teatro.

Il punto di partenza è una vicenda autobiografica. Rusina è una persona reale, la nonna dell’autrice morta a ottantatré anni nel 2013, la cui vita viene ripercorsa a ritroso fino al 1986, data di nascita della nipote. Lo sguardo è quello diretto di Risona, che si rivolge e interagisce con la nipote, ma occasionalmente con altri personaggi, in un monologo che è piuttosto un dialogo continuo con lei. E il suo è lo sguardo di una donna nata in un dimenticato paesino della Calabria da cui non è mai uscita, che parla in dialetto ed è analfabeta, che ha affrontato una vita dura con profonda onestà e che ha l’intelligenza necessaria per capire e incoraggiare sua nipote a costruirsi una vita migliore della sua e quindi necessariamente lontana ed estranea ai valori nei quali lei stessa è stata educata ed ha vissuto. La verità di questo personaggio non avrebbe bisogno di aggettivi, se non fosse nel frattempo diventata merce rara nel panorama contemporaneo. Gli unici paragoni che sorgono spontanei sono lontani, non solo nel tempo, come quello, nobile, con il neorealismo cinematografico degli Anni Quaranta del secolo scorso.

Il taglio narrativo – partire dalla fine per arrivare all’inizio della storia – è decisivo sotto almeno due aspetti. La scena si apre sulle note gravi, angosciose, di una morte e attraverso una serie di quadri autonomi ci conduce per mano indietro nel tempo, passando attraverso toni sempre meno cupi, fino all’esplosione di gioia e di speranza di una nascita. Un percorso che dal dolore ritrova la gioia che ne è la radice e che rimane comunque al suo interno. Non meno importante l’altro risultato di questo originale rewind: la trasformazione da oggetto a soggetto, da categoria statistica a unicum della protagonista. L’anziana a “fine vita”, per usare l’espressione vigliaccamente eufemistica di moda, isolata quasi appartenesse ad una specie che non è più la nostra, si materializza a poco a poco davanti agli spettatori in una persona a tutto tondo, una di noi. Come noi ha scelto, amato, sofferto. Ha riso e pianto. E come nella vita vera si ride si piange insieme a lei.

Naturalmente tutto questo non avviene solo grazie alla scrittura. Stiamo parlando di teatro e il miracolo non è quindi casuale. Lo compiono anche la straordinaria recitazione di Rossella Pugliese e l’efficacia dell’essenziale scenografia, che consiste in un baracchino di legno. È una metaforica “valigia dell’attore” che ricorda molto i teatri dei burattini del secolo scorso e che si trasforma agevolmente in casa, stanza, letto e via dicendo. Insomma uno spettacolo perfettamente scritto, recitato e messo in scena, da cui esce sentendosi un po’ più essere umani di quando si è entrati.

Arianna Trapani

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