Riforme: in Aula il taglio dei parlamentari

Ieri i capigruppo della maggioranza di Camera e Senato hanno siglato un impegno comune che darà seguito alla riforma della riduzione dei parlamentari, che si voterà nelle prossime ore, con quattro punti specifici sulle Riforme istituzionali da offrire anche al dialogo con le opposizioni, è quanto si legge in una nota diffusa a seguito del vertice tra i capigruppo di maggioranza alla Camera. Il documento è stato sottoscritto per il Movimento 5 Stelle da Francesco Silvestri e Gianluca Perilli, per il Partito Democratico da Graziano Del Rio e Andrea Marcucci, per Italia Viva da Maria Elena Boschi e Davide Faraone, per Liberi e Uguali da Loredana De Petris e Federico Fornaro, per il gruppo Autonomie del Senato da Julia Unterberger.

La riduzione del numero dei parlamentari implica alcuni interventi sui Regolamenti parlamentari. Auspichiamo – si legge nel documento – un lavoro rapido delle Giunte per il Regolamento di Camera e Senato per riformare i Regolamenti vigenti così da adeguarli in modo efficiente al nuovo numero dei parlamentari, garantendo in entrambi i rami del Parlamento alle minoranze linguistiche di potere costituire gruppi o componenti autonome.

Al via nell’Aula della Camera la discussione generale sul ddl costituzionale per il taglio dei parlamentari, la più attesa e promessa degli ultimi decenni, scelta obbligata per restituire credibilità alle Istituzioni, ha detto il relatore Giuseppe Brescia (M5S). Forza Italia il suo voto a favore, con Laura Ravetto, al ddl sul taglio dei parlamentari.

Al M5S dico, però, abbandoniamo la mitomania della finta democrazia diretta, sostiene Ravetto, rinnovando la necessità di lavorare ad una riforma della legge elettorale.

Sono sedici i deputati che si sono iscritti a parlare nel dibattito, oltre al relatore ed al rappresentante del governo: nessuno di loro è della Lega. Peraltro, all’inizio del dibattito non ci sono in Aula deputati leghisti. Il dibattito si protrarrà per l’intera giornata.

La riforma che taglia i parlamentari avrà ripercussioni che potrebbe essere oggetto di critiche da parte delle regioni medio piccole (Trentino Alto Adige, Friuli, Liguria, Marche, Umbria, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Sardegna) che, specie al Senato, non eleggeranno parlamentari di tutte le opposizioni, visto il nostro sistema tripolare. La variazione percentuale del taglio degli eletti e’ simile ma non uguale per tutte le regioni e naturalmente non ha toccato la piccolissima Val D’Aosta che avendo già oggi un solo parlamentare non potrebbe scendere a zero. L’altra regione piccola, il Molise, ne perderà invece uno su tre.

Quella della Camera è la quarta votazione  della proposta di riforma della Costituzione. Il Senato ha infatti già votato due volte e la Camera una volta. Con il quarto “sì” delle Aule si concluderà l’iter parlamentare della riforma e la parola passerà ai cittadini che, in base all’articolo 138 della Costituzione, dovranno approvare in un referendum confermativo – senza quorum dunque – la proposta di legge costituzionale.

Se il referendum avrà esito positivo, la proposta di legge entrerà in vigore e saranno modificati gli articoli della Costituzione (56 e 57) che determinano il numero di deputati e senatori. I primi diminuiranno da 630 a 400 e i secondi da 315 a 200 (esclusi i senatori a vita). Il Parlamento nel complesso passerà così da 945 a 600 membri, più i senatori a vita.

Ecco un confronto del numero dei parlamentari attualmente eletti in ciascuna circoscrizione e quelli che verranno eletti con la riforma.

ALLA CAMERA

AL SENATO

Con questi numeri, come cambia la rappresentanza degli italiani? Andiamo a vedere i dettagli in un confronto europeo.

Prima di procedere coi calcoli facciamo una premessa di metodo, che in questo caso è fondamentale.

Possiamo scegliere se conteggiare deputati e senatori, indipendentemente da come vengono eletti e da quali funzioni ricoprono, o se guardare solo ai parlamentari eletti a suffragio universale e che danno la fiducia al governo.

 Non avrebbe infatti molto senso mettere sullo stesso piano i deputati italiani e i Lords inglesi, visto che i secondi appunto non sono eletti dai cittadini e non hanno funzioni legislative e di rapporto con l’esecutivo paragonabili ai primi. Ha senso invece equiparare senatori e deputati italiani.

Fatta questa premessa, facciamo un po’ di conti. Per calcolare il numero di abitanti abbiamo preso i dati, aggiornati al 2018, del database Eurostat. Per avere il numero di deputati e senatori dei vari Stati, con le rispettive caratteristiche, abbiamo consultato il database dell’Inter-Parliamentary Union  (Ipu), un’organizzazione internazionale che riunisce i parlamenti di gran parte degli Stati del mondo.

Abbiamo poi riassunto in questa tabella   i risultati.

L’Italia ha oggi, con 945 parlamentari eletti e 60,4 milioni di abitanti, un rapporto di 1 eletto ogni 64 mila persone. Se passasse la riforma costituzionale, con 600 parlamentari eletti, avrebbe un rapporto di un eletto ogni 101 mila persone.

Anche dopo la riforma costituzionale, avrebbero un rapporto “peggiore” – cioè con una minor rappresentanza – la Germania (1/117 mila), la Francia (1/116 mila) e l’Olanda (1/115 mila) e uno molto simile il Regno Unito (1/102 mila).

Gli altri Paesi hanno una rappresentanza “migliore”: la Spagna, considerando solo i senatori che vengono eletti dai cittadini (208 su 266 totali), ha un rapporto di un parlamentare ogni 84 mila abitanti, la Polonia 1/83 mila, il Belgio 1/76 mila e tutti gli altri Paesi Ue rapporti sempre più bassi, fino ad arrivare al record di Malta, che ha un parlamentare ogni 7 mila abitanti.

Una questione su cui i promotori del taglio dei parlamentari hanno insistito molto è il risparmio per le casse dello Stato.

Se consideriamo che, in base a quanto riporta il bilancio della Camera, nel triennio 2018-2020 per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato spende ogni anno 144,9 milioni di euro, ricaviamo un costo annuo di 230 mila euro a deputato.

Una riduzione di 230 deputati, dunque, creerebbe un risparmio potenziale di 52,9 milioni di euro ogni anno.

Facendo lo stesso calcolo per il Senato – qui  il suo bilancio 2018-2020 – otteniamo un costo annuo di 249.600 euro per senatore. Un taglio di 115 membri di Palazzo Madama creerebbe un risparmio potenziale di 28,7 milioni di euro ogni anno.

Tra Camera e Senato, quindi, i risparmi sarebbero 81,6 milioni di euro ogni anno. Questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno.

Per dare un ordine di grandezza, anche arrotondando a 100 milioni i risparmi che si avrebbero ogni anno con il taglio dei parlamentari, questa cifra rappresenta lo 0,005 per cento scarso del debito pubblico italiano e un seicentesimo scarso di quanto spende l’Italia  ogni anno di soli interessi su tale debito pubblico.

Il taglio dei parlamentari consiste nella riduzione da 945 eletti, tra deputati e senatori (esclusi quelli a vita), a 600. Con l’approvazione della Camera prevista per oggi,  8 ottobre,  si concluderà l’iter parlamentare della riforma e mancherà solamente il referendum confermativo, in cui i cittadini saranno chiamati (senza quorum) ad approvare o respingere la modifica costituzionale.

Il taglio dei parlamentari causa un “peggioramento” della rappresentanza: porta cioè ad avere più cittadini rappresentati da un singolo eletto. Nel dettaglio, si passerebbe da un rapporto di 1/64 mila a un rapporto di 1/101 mila.

Questo però non ci porta fuori dalla “norma” dei grandi Paesi europei: Francia, Germania e Olanda hanno rapporti peggiori e il Regno Unito uno molto simile.

Per quanto riguarda i risparmi, le cifre sono piuttosto ridotte: si tratta di circa 80 milioni di euro all’anno. Anche arrotondando per eccesso a 100 milioni di euro all’anno, rispetto al bilancio complessivo dello Stato si tratta di una percentuale irrisoria.

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