Riforma giustizia, TAV e Autonomia: tre scogli per il Governo

Nel Governo gialloverde continua a tenere banco il dibattito sulla TAV.  “Conte ha detto che non poteva fare altro, ma il Parlamento può fermarla. Può fermare quella linea che è un regalo alla Francia per due miliardi di euro. Qualcuno dice che quando dico che il Parlamento può fermarla sto sfiduciando Conte, io voglio dirlo chiaramente: c’è piena fiducia nel presidente Conte”. Queste le parole di Luigi Di Maio nel corso di una diretta Facebook.

Subito dopo, il leader Cinquestelle non risparmia l’ennesima stoccata alla Lega: “Qualcuno parla di crisi di governo: ma quale crisi? Al massimo stiamo parlando della crisi di qualche partito che vota insieme al Pd e a Berlusconi”, aggiunge con chiaro riferimento ai colleghi di governo guidati da Salvini, che sulla TAV voteranno appunto insieme alle opposizioni.

Altro scoglio da superare sul quale la maggioranza rischia pericolosamente di incagliarsi, è senza dubbio quello che riguarda il Dossier – bollente – sull’autonomia. Intanto, il Presidente della Regione Lombardia torna all’attacco: “Se Di Maio è capace di scrivere una riforma migliore, gli farò chapeau e gli dirò grazie. Io posso solo dire che il nostro testo c’è da settembre dell’anno scorso, ho letto stralci di quelle che dovrebbero essere le proposte del governo che mi hanno fatto rabbrividire”: queste le parole di Attilio Fontana a Radio Popolare.

“Il testo del governo non lo si conosce assolutamente, ho letto solo alcuni stralci, se quelli fossero i veri contenuti della loro mediazione credo propria che sia finita ogni possibilità di trattativa”.

 Palazzo Chigi Conte convoca intanto due vertici per sciogliere i nodi ancora aperti sull’Autonomia: gestione dei beni culturali e delle risorse finanziarie. Portare le intese già questa settimana in Consiglio dei ministri è considerato impossibile ma la speranza è chiudere una pre-intesa da presentare ai governatori di Veneto e Lombardia entro il weekend, per poi magari chiudere nel Cdm dell’8 agosto.

A scaldare i toni all’interno della maggioranza, anche il confronto sulla Giustizia.

Ora, vista dai palazzi della Politica, la presunta ‘crisi’ di governo è uno di quei tormentoni estivi di questa pazza XVIII legislatura che, a forza di evocarla, nessuno ci scommetterebbe sopra un euro.  Gli scogli principali sono due: il decreto Sicurezza bis, da oggi all’esame dell’Aula del Senato, probabile voto finale entro giovedì,  e le mozioni parlamentari sulla Tav, in discussione il 7 agosto e sempre al Senato, mentre la Camera  avrà chiuso i battenti molto prima, entro giovedì I agosto.

Entro il 15 settembre, andrà nell’aula della Camera, per il voto definitivo, la cosiddetta ‘riforma Fraccaro’ che taglia di netto il numero dei parlamentari (da 630 a 400 alla Camera e da 320 a 200 al Senato, -350), ma che – grazie al ‘combinato disposto’ che produce l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, crea delle soglie di sbarramento implicite, al Senato  che provocherebbero lo sterminio di tutti i partiti che non riescono a raggiungere percentuali altissime, sopra il 15%.

Tranne la Lega – e, in parte, il Pd al Centro e l’M5S al Sud – tutti gli altri partiti ‘minori’, di fatto, scomparirebbero. Senza dire del fatto che meno parlamentari vuol dire meno eletti: dunque, meno soldi ai gruppi e meno soldi ai partiti. Una realtà che, di fatto, nessuno vuole, neppure Salvini, anche se la Lega, alle elezioni, vincerebbe a mani basse.

Salvini o apre la crisi subito oppure la riforma Fraccaro avrà un effetto ‘stabilizzante’ sulla legislatura. Se la aprisse anche solo a febbraio del 2020, quando saranno trascorsi i tre mesi dall’eventuale richiesta di un referendum popolare contro la riforma i parlamentari di tutti i partiti voteranno qualsiasi governo di qualsiasi natura, pur di non dover andare a casa, sia un Conte bis con un’altra maggioranza che un governo tecnico.

O Salvini apre la crisi ‘ora’ o dovrà coabitare con Di Maio ben oltre la futura manovra economica e il 2020.  Mattarella ha fatto trapelare, sui giornali, che, se Salvini aprisse la crisi, non gli consentirà di restare al Viminale e darà, comunque, vita a un governo di tipo ‘tecnico-elettorale’ che porti il Paese al voto, al prezzo di vederlo battuto nelle Camere,  perchè sarebbe un governo di minoranza.

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