Resa dei conti tra Europa e Usa alla conferenza sulla sicurezza di Monaco

L’aria che si respira a Monaco non è quella delle grandi occasioni ma delle grandi fratture. La Conferenza sulla sicurezza, nata per rinsaldare l’alleanza transatlantica, quest’anno sembra piuttosto il luogo in cui le crepe diventano visibili e le diplomazie tentano di mascherarle con formule rituali che non convincono più nessuno. L’Europa arriva divisa, appesantita da un dibattito interno che oscilla tra l’illusione dell’autonomia strategica e la consapevolezza di non avere né gli strumenti né la volontà politica per esercitarla davvero. Gli Stati Uniti arrivano con un’agenda che non coincide più con quella dei partner europei, concentrati come sono sul confronto con la Cina e su un’opinione pubblica sempre meno disposta a finanziare la sicurezza del Vecchio Continente. Il risultato è un dialogo che assomiglia più a un regolamento di conti che a una discussione tra alleati. Washington chiede investimenti reali nella difesa, non promesse; chiede una linea più dura verso Mosca e Pechino, non distinguo tattici; chiede un’Europa capace di assumersi responsabilità, non di rivendicare un ruolo simbolico. Bruxelles risponde con la retorica dell’unità ma porta al tavolo divergenze profonde: tra chi teme un disimpegno americano e chi teme l’opposto, tra chi vuole accelerare sulla difesa comune e chi continua a considerarla un doppione inutile della Nato, tra chi vede nella guerra in Ucraina una minaccia esistenziale e chi la percepisce come un dossier da gestire con prudenza per evitare scossoni interni. In questo scambio teso, la questione ucraina diventa il termometro della distanza crescente. Gli Stati Uniti insistono sulla necessità di un sostegno militare costante, mentre in Europa si moltiplicano i segnali di stanchezza, i calcoli elettorali, le tentazioni di un compromesso che Washington considera prematuro e pericoloso. La Cina, intanto, osserva e capitalizza: ogni incertezza europea, ogni esitazione americana, ogni divergenza transatlantica diventa un’opportunità per rafforzare la propria posizione globale. Monaco, in teoria, dovrebbe servire a ricomporre queste tensioni. In pratica, le mette a nudo. L’alleanza non è in crisi terminale, ma è entrata in una fase in cui gli interessi non coincidono più automaticamente e in cui la fiducia reciproca non può essere data per scontata. La vera domanda, che nessuno formula apertamente ma tutti hanno in mente, è se l’Occidente sia ancora un progetto politico condiviso o soltanto un’eredità storica che ciascuno interpreta a modo suo. A Monaco non si decide il futuro dell’ordine internazionale, ma si misura la distanza tra ciò che l’Europa vorrebbe essere e ciò che gli Stati Uniti si aspettano che sia. Ed è proprio in quello scarto che si gioca la partita più delicata: capire se la relazione transatlantica può essere rinegoziata senza essere indebolita, aggiornata senza essere svuotata, rilanciata senza essere snaturata.

Andrea Viscardi

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