Renzi e il ‘Gentiloni dopo Gentiloni’

In queste ultime ore di campagna elettorale è chiaro che il Pd è in uno stato di ‘affanno’ come ben testimonia Renzi che ammette che ‘non mi dimetto se le cose vanno male’.

In pratica Renzi,  attraverso le parole mette, come si dice, ‘le mani avanti’.

 Ma le difficoltà che attraversa il Pd non sono esclusivamente da addebbitare al segretario. Lo stato di enorme difficoltà in cui versa il partito è da addebitare alla doppia campagna in cui si è diviso il partito,  che  ha subito la concorrenza  di Leu e del governo guidato da Gentiloni.

La compagine governativa mentre governava ha fatto  campagna elettorale per i propri ministri, candidati a un’altra esperienza di governo, laddove gli stessi partiti che li hanno espressi devono esprimere valide  motivazioni che vadano al di là dei ‘cadeau’.

La scelta, in via teorica,  è comprensibile: si è trattato di accreditare l’idea che ci sia già un governo in Italia e che è talmente forte che il premier attuale,  o uno dei suoi ministri, sarà anche il prossimo premier.

Mentre il governo ‘governava’, come dice  Gentiloni, al Pd è toccato fare i conti con polemiche,  le banche,  i seggi della Boschi, Bruxelles, l’immagine dei De Luca e  le esposizioni televisive a caccia di voti.

E’ poi arrivata, dopo l’infioccata di Berlusconi, il grido: ‘Gentiloni dopo Gentiloni, ben acclamato durante la unica manifestazione di piazza della sinistra in tutte queste settimane, dove  Gentiloni è andato da leader della patria, e Renzi totalmente defilato.

La compagine di governo è stata nominata dal Pd renziano e ne ha ereditato i ruoli. Quanto scritto parte, ovviamente, dalla considerazione che dalle elezioni non uscirà un partito che raggiunga il 40 per cento, fatto che può determinare il ‘Gentiloni dopo Gentiloni’.

Moreno Manzi

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