Reddito di cittadinanza: i centri per l’impiego rischiano di affossarlo

Nella bozza di manovra approvata dal Consiglio dei ministri e presentata all’Unione europea spicca il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s in campagna elettorale legato alla riqualificazione dei centri per l’impiego. Ma proprio nei centri per l’impiego, come sottolinea il sito delle piccole-medie imprese pmi.it, si nascondono le insidie maggiori per il funzionamento della misura.

Già oggi, infatti, i centri per l’impiego sono ridotti, specialmente al Sud, a sportelli di assistenza sui sussidi spettanti ai disoccupati. Solo nell’ultimo periodo hanno pian piano ricominciato ad assumere funzioni di politica attiva del lavoro, con l’assegno di ricollocazione e il reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni. Peraltro non così diverso nella sua struttura base dal reddito di cittadinanza appena varato. I vecchi uffici di collocamento impiegano di fatto solo chi ci lavora – circa 8mila persone, con clamorosi casi di assistenzialismo tipo quello siciliano, che occupa il 22% dei dipendenti nazionali – e ogni anno riescono a trovare appena 37mila posti di lavoro. Eppure, la platea di riferimento è costituita da quasi due milioni di persone.

Varare il reddito di cittadinanza nelle condizioni attuali, riservando pochi spiccioli alla riqualificazione dei centri e puntando solo sulle assunzioni senza occuparsi di predisporre un serio piano digitale dedicato di sincronizzazione dei database, significa rischiare seriamente di offrirsi al caos assoluto. E partorire un pasticcio epico che metterebbe a rischio le casse dello Stato. Marco Ruffolo su ‘Repubblica’ ci ricorda per esempio, tanto per rimanere all’aspetto informatico, che: “quasi dappertutto i centri per l’impiego non dialogano né tra di loro né con l’Anpal, l’agenzia che dovrebbe coordinarli” né, tanto meno, “scambiano i loro dati con l’Inps”.

Peraltro si paleserebbero rischi gestionali non da poco. Chi eroga il reddito , cioè l’Inps, potrebbe non sapere o conoscere molto tardi che il beneficiario ha trovato impiego e non ha più diritto al reddito. Nel Paese dei falsi invalidi e delle persone ignote al fisco, i pericoli sono evidenti.

A partire dalla prossima primavera, l’attuale platea da 1,7 milioni di cittadini potrebbe passare a 6,5 milioni, ossia tutti i cittadini in stato di povertà assoluta o relativa che tecnicamente diventeranno potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. Coi centri per l’impiego nelle condizioni attuali, cui peraltro gli imprenditori in cerca di forza lavoro si rivolgono in misura molto marginale (soltanto l’1,5% delle aziende ha utilizzato per ricerca e selezione del personale un centro di collocamento) un suicidio annunciato. Rimane oltretutto sul tavolo lo spinosissimo tema geografico. Secondo indiscrezioni, la famosa regola della sospensione del reddito di cittadinanza sopo tre offerte di lavoro rifiutate, potrebbe non valere in territori dove di offerte, ce ne sono molte di meno. Ossia si concederebbe alle persone senza occupazione delle aree più in difficoltà la possibilità di un rifiuto in più specialmente nel primo caso e se l’offerta comporta uno spostamento dal luogo di residenza.

Dunque, secondo pmi.it, gli ostacoli che occorrerà superare e per i quali servirebbero più tempo e vere risorse invece che una serie di annunci da campagna elettorale sono:

  • Poco personale, mal distribuito e da riqualificare.
  • Giungla informatica, database che non si parlano.
  • Gestione prevalente dei sussidi e scarsa abitudine all’approccio alle politiche attive.
  • Incapacità di gestione del flusso di utenti, con una platea di 1,7 milioni di senza lavoro che salirà a 6,5 milioni di cittadini.

Si aggiunga infine la necessità di trasformare gli uffici in veri hub del territorio, riferimento anche per le aziende e gli artigiani che vi si possano rivolgere e per i quali, oggi, praticamente non esistono.

 

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