In scena al Teatro Porta Portese dal 13 al 15 febbraio, Massimo Napoli e Roberta Bobbi con “Parole burlevoli e fatti sollazzevoli – edizione 2026”, una carrellata di 15 pezzi tra poesia, monologhi, canzoni ed altro ancora, presentato dalle Officine Universali con musiche di Stan Kenton e Steve Reich, voce fuori campo Davide Marchese, regia di Massimo Napoli.
Massimo Napoli è artista, perché da sempre esplora l’arte nelle varie manifestazioni, nel campo dello spettacolo e in quello delle arti figurative. Si diploma come attore allo Studio Fersen e frequenta la Scuola del Nudo con Giulio Turcato all’Accademia di Belle Arti di Roma. Ha dichiarato in varie interviste di essere attratto dall’aspetto artistico del mondo dello spettacolo e che questo richiamo è divenuto la sua identità: recitazione a teatro (anche nel cosiddetto Teatro d’Avanguardia) e al cinema ( “Caligola” di Tinto Brass e Gore Vidal, “L’umanoide” film di fantascienza di Aldo Lado), regia, arte figurativa, scrittura. Riprende in questi giorni – con una Edizione 2026 – un suo spettacolo andato in scena nel 2015 all’Associazione Café Voltaire, e poi ripreso nel 2019 al Teatro Lo Spazio ed ora arricchito di dialoghi e monologhi tratti da autori del Novecento e contemporanei. I testi trattano argomenti interessanti in modo profondo anche se la recitazione, con i suoi toni ed espressioni, trasmette leggerezza, ironia e grande intelligenza. Questo spiega il curioso titolo.
Il teatro è un contenitore di generi diversi: il recital in particolare, consente ad un artista di esibirsi in una performance solistica che può toccare un alto livello virtuosistico. In questo caso il teatro Porta Portese ci si presenta con una scena nuda, pannelli di tessuto nero, una sola luce ravviva al centro del palcoscenico una figura maschile avvolta in un jūdōgi anch’esso nero, solo le mani e il viso dell’attore bianchi di cipria di riso definiscono il punto focale dell’attenzione dello spettatore. Unica concessione al colore un paio di brillanti friulane verdi ai piedi. E ora spazio alla parola!scopriamo di poter restare un’ora e mezza di spettacolo, senza vedere scorrere immagini così come siamo ormai abituati, ma solamente ascoltando, stregati, “la parola” dell’artista: arguta, colta, evocativa, irriverente soprattutto descrittiva, come e più di un video. Lo spettacolo è costituito da vari testi che illustrano il teatro e la letteratura del Novecento, il nostro recente passato, che nell’era dell’immagine imperante potrebbe apparirci ormai appannato.
Si inizia alla grande con “La fontana malata” di Aldo Palazzeschi, contrapposto dai critici al coevo D’Annunzio, da cui si differenziava per una scrittura caratterizzata da leggerezza e gioco. Se nella “Pioggia nel pineto” del Vate la pioggia dà vita ad una simbiosi tra la persona e la vegetazione, nella poesia di Palazzeschi c’è un’iniziale partecipazione del personaggio, in ascolto del suono della fontana nel cortile del palazzo, alle sofferenze della fonte gocciolante, ma l’incessante rumore alla fine produce solo fastidio e termina nella comica invocazione “Andate, mettete qualcosa per farla finire, magari…magari morire.” Segue un brano dello stesso Massimo Napoli “La psicologia dell’Albero”, un intenso atto d’amore per la natura vilipesa dall’uomo, in piccoli e grandi modi, dalla spazzatura gettata sotto le piante cittadine all’abuso di foreste e boschi. L’albero è vita, rinascita, ogni ramo o getto è originale e nuovo, così ci viene narrato e ci arriva diritto all’anima, lo guarderemo con occhi diversi d’ora in poi.
La suorina maliziosa di “Senti mio caro Adolfo” canto anticlericale e satirico che risale al primo periodo dell’unità d’Italia, ci fa ridere ancora oggi dell’ipocrisia del perbenismo bigotto. Un bellissimo monologo su “La voce”, ci illustra l’importanza di questo strumento e ci sorprende con le decine di sfumature di significato che la parola voce può assumere. Massimo Napoli ci fa conoscere o ricordare un autore dall’umorismo raffinato, scrittore e disegnatore, Luigi Arnaldo Vassallo detto Gandolin, che agli inizi del ‘900 esplorava i significati delle parole e ancora oggi ci può regalare una consapevolezza nell’uso dei vocaboli che ci arricchisce. Sempre di Gandolin, la storiella di “Un signore che pranza in trattoria”, dove la voce narrante ci illustra con una parola più descrittiva di un’immagine, lo scadente pranzo di un signore dell’epoca, diviso tra il formalismo della società di cui fa parte e l’esplosione di sensazioni negative dopo una serie di pessimi piatti. Il pubblico ride di gusto.
L’entrata in scena di Roberta Bobbi è uno squarcio nel buio: solo un viso luminoso spunta da un caftano nero, ma quante espressioni sa animare, quante battute ci regala. Con lei inizia una sezione dello spettacolo, nella notte di san Valentino, dedicata all’amore, con ironia pungente ma anche latente rimpianto per le illusioni perdute, in cui ognuno di noi si ritrova…a sentire dalle risate e dagli applausi! Una rilettura quasi sarcastica della romanticissima “Senza sapere come” di Pablo Neruda che ci suscita una risata anziché un languido sospiro…”così ti amo perché non so amare altrimenti che così, in questo modo in cui non sono e non sei, così vicino che la tua mano sul mio petto è mia, così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.” Nel volto e nei toni di Roberta Bobbi amori sfiniti più che infiniti! Attesi con eroismo, ma poi stroncati senza pietà come nell’esilarante “C’era l’amore ma ho dovuto ammazzarlo”. Bravissima anche nel testo di Napoli “Salomè decollata”, una versione decisamente originale e femminile dell’episodio biblico che tanta arte ha ispirato.
I duetti fra Napoli e Bobbi, espressivi sia che i due siano di fronte o di spalle, dimostrano una grande intesa scenica, i due attori bravissimi singolarmente, si completano e si porgono la battuta aumentando l’ironia delle situazioni raccontate. Ad esempio i due coniugi, ormai così estranei fino a non riconoscersi per strada, rappresentano l’amore svuotato che spesso caratterizza i lunghi rapporti di coppia. La regia dello stesso Napoli ritaglia sapientemente gli spazi di entrambi, con pochi ma efficaci movimenti in scena.
Lo spettacolo contiene brani scritti o riadattati di Ionesco e del suo teatro dell’assurdo e di altri autori, dalla scrittrice Alma Daddario che ha collaborato con Napoli. L’insieme dei testi scelti è coerente con l’intento di risvegliare le nostre coscienze, alla ricerca di profondità che nel linguaggio di oggi si smarriscono. Del resto Massimo Napoli da sempre ricerca qualcosa che sia originale e non banale, anni fa creò il personaggio femminile di Drosophila Melanogaster, pseudonimo di Europa Pesante autrice ora poco conosciuta ma scrittrice e pittrice di successo negli anni ’30 del secolo scorso, amica di Maria Montessori ed ispiratrice della produzione letteraria di Massimo Bontempelli, che fu però spesso in difficoltà personali ed artistiche; i suoi romanzi furono rivisti e ridotti dall’editore Einaudi. Massimo Napoli ha recuperato dall’oblio questa scrittrice che si era tanto occupata soprattutto del conflitto fra individuo e società e fu vittima dei pregiudizi della vita borghese, per regalarla nuovamente al pubblico e farle giustizia.
Infine merita di essere menzionato il testo allegorico dello steso Napoli “Malinconico Sole o del colloquio di una certa importanza”, dove l’ombra e la luce solare, (unica concessione al colore bianco/arancio/rosso con un cambio costume), sono vittime della tristezza e del vuoto di senso che addirittura il Sole stesso prova. Come sconfiggere questo declino? Con l’ironia. Guardiamoci intorno: se vogliamo salvarci da un mondo impazzito, dobbiamo fare appello proprio alle facoltà dello spirito umano. Ancora una volta appelliamoci al grido “Una risata vi seppellirà” e ritroviamo coscienza e vitalità di pensiero; l’ironia è l’arma più efficace contro il vortice del pensiero dominante e insieme ribellione al potere arrogante che tenta di risucchiarci e trascinarci nel suo territorio arido e crudo.
Isa Maiullari
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