Paolo Nori racconta Il Maestro e Margherita – Sympathy for the Devil – 26 settembre 2026 Ambra Jovinelli
Le note di Sympathy for the Devil – pare che Mick Jagger l’abbia scritta proprio dopo aver letto Il Maestro e Margherita – annunciano l’inizio dello spettacolo. Nori arriva con una sorta di disclaimer per avvisarci che si potrebbe parlare di Bulgakov e del suo romanzo a lungo, ma staremo insieme poco meno di 2 ore e sappiamo già che non troveremo didascalie e percorsi lineari, ma intersezioni oblique a più non posso. Ed è proprio questo il trucco (o una presunta banana): non è un audiolibro con le luci in sala. È un uomo che ha attraversato un capolavoro e ce lo restituisce con deragliamenti, autoironia parmigiana e le sue esperienze, che poi scopri sono anche le tue, spettatore tutt’altro che passivo. Chi cercava un’introduzione accademica al romanzo ha sbagliato teatro; chi voleva uno scrittore che tratta i classici russi come si tratta un vecchio amico — con rispetto, ma senza inchini — è nel posto giusto.
Io, io sono diciotto anni che ascolto Paolo Nori raccontare storie, leggo i suoi libri come ascoltandoli dalla sua voce e no, non mi sono stancata. Questa relazione è ufficialmente maggiorenne e se, dopo tanti anni, non ti sei ancora stancata di qualcuno, qualcosa vorrà pur dire. Intanto vuol dire che so bene che questa recensione – e lo spettacolo – non è una banana… un fraintendimento, una finzione. I russi che non avevano mai conosciuto le banane (dal 1917 in poi per decenni non ne arrivarono in Russia) avevano iniziato a usare la parola banana come sinonimo di bugia, perché si sentivano presi in giro da quelli che raccontavano loro di quel frutto esotico giallo. Poi so bene che oggi siamo autentici, ognuno nel racconto della propria esperienza, lui sul palco e io dal mio piccolo posto a sedere.

E so che posso partecipare a questo spettacolo su Bulgakov con la stessa fiducia con cui affiderei le chiavi di casa a un amico un po’ incasinato: so già che non troverò tutto al suo posto, ma so anche che ne uscirò un po’ cambiata e “migliorata”, di più che se avessi tenuto tutto in ordine io.
Perché poi a noi Bulgakov ci piace e ci fa “sympathy” pensare alla sua vita, alla fatica che ha avuto nel vedersi riconosciuto. Šklovskij nel Conteggio di Amburgo usa la metafora della boxe per valutare i valori reali degli scrittori sovietici e Bulgakov “finisce al tappeto”. Poi basta un piccolo racconto, l’asciugamano col galletto, tratto dalle memorie di un medico, per capire che Bulgakov non aveva ancora iniziato a boxare quando Šklovskij lo buttava giù.
And I was ‘round when Jesus Christ
Had his moment of doubt and pain
Made damn sure that Pilate
Washed his hands and sealed his fate
Si intrecciano piani narrativi plurimi che pure portano tutti a una stessa destinazione. La possibilità di esistere in modo autentico. Ci sono gli stagni del Patriarca e l’incontro con il diavolo Woland, che arriva in una città indifferente, afferma la presenza del bene, l’esistenza di Cristo e mette tutti davanti alle proprie miserie senza nemmeno alzare troppo la voce. C’è Pilato con il suo mal di testa mentre parla a Gesù, che non cerca aiuto dall’egemone, ma lo rincuora.
In mezzo ai frammenti di romanzo, c’è pure la lettera a Stalin in cui Bulgakov sta lì a sottolineare che non può scendere a compromessi, che lui non può dire falsità. E quello gli telefona. Gli dà l’ok a esistere come lui vuole: il teatro, la sua arte può essere autentica nella Russia di quel tempo.
Pleased to meet you, hope you guess my name
But what’s puzzlin’ you is the nature of my game
Alla fine, comunque, quello che resta non è la trama. Esco dal teatro e mi ritrovo a guardare i voli per Mosca. Perché «Poco, mi serve / Una crosta di pane / Un ditale di latte / E questo cielo / E queste nuvole» (Velimir Chlebnikov) e tocca andarle a vedere di persona quelle nuvole, e pure i russi, quelli gentili, quelli che si aiutano tra loro senza fare rumore.
Di anni ne ho 53, e anche io, a differenza di Bulgakov e Cechov, faccio finta di niente. Perché questa recensione non è una banana e non è neanche una recensione. È un pezzo di quello che ha seminato Paolo Nori, e di come mi cambiano da tanti anni questi incontri. Perché so che «Vivere una vita non è attraversare un campo» (Boris Pasternak) e che sono autentica e antifascista, oggi più di ieri.
Antonia Colasante
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