Quarant’anni fa l’omicidio Tobagi: ancora non si è fatta chiarezza

Ora c’è anche un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, allo scopo di “fare definitiva chiarezza su fatti riguardanti il caso Tobagi, rimuovendo un velo di ambiguità che tuttora rimane” e capire perché “la Magistratura italiana non abbia, nel corso degli anni, mai fatto interamente luce sull’omicidio di Walter Tobagi benché a fronte di argomentazioni che finalmente la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha considerato fondate”.L’interrogazione è del senatore del Psi Riccardo Nencini ed è firmata da esponenti di Pd, Italia Viva, Forza Italia e +Europa.Walter Tobagi fu ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi della Brigata 28 marzo”x-apple-data-detectors://1″. A distanza di 40 anni se ne parla ancora perché la sentenza dei giudici di Strasburgo, emessa il 16 gennaio 2020, non è stata appellata dallo Stato italiano entro i termini prescritti ed è quindi diventata operativa.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso che l’Italia deve risarcire due giornalisti, Umberto Brindani e Renzo Magosso, condannati anni fa in via definitiva per un articolo, pubblicato nel 2004, nel quale si diceva in sostanza che Tobagi poteva essere salvato se si fosse dato seguito ad alcune informative di Dario Covolo, un carabiniere infiltrato nei gruppi di estrema sinistra, che indicavano come il giornalista del Corriere della Sera fosse tra gli obiettivi dei terroristi.Magosso, autore dell’articolo, e Brindani, all’epoca direttore del settimanale Gente, furono querelati per diffamazione da due esponenti di alto grado dell’Arma dei Carabinieri e condannati in primo e secondo grado, con sentenze confermate in Cassazione. La Corte europea, dopo aver esaminato l’articolo e la mole di documentazione che ne stava alla base, con una dettagliata sentenza in 70 punti ha fissato alcuni punti fermi, importanti sia per il caso Tobagi in sé, sia per la professione giornalistica in generale.Avendo l’articolo in questione riportato le rivelazioni dell’infiltrato Dario Covolo, la Corte fa notare che “quando i giornalisti riprendono dichiarazioni fatte da una terza persona, il criterio da applicare non consiste nel domandarsi se questi giornalisti potevano provare la veridicità di tali dichiarazioni, ma se hanno agito in buona fede e se si sono conformati all’obbligo di verificare che una dichiarazione fattuale si appoggi su una base reale sufficientemente precisa e affidabile”. La Corte osserva quindi che i giornalisti “hanno fornito un numero consistente di documenti e di elementi di fatto che provano le verifiche effettuate e che permettono di considerare la versione dei fatti riportata nell’articolo come credibile, e la base fattuale come solida”. In sostanza, afferma la Corte, si è trattato di “un lavoro investigativo serio e corposo”.Non c’è stata diffamazione, quindi, come avevano deciso ben tre tribunali italiani. E la storia dell’omicidio Tobagi – cristallizzata a sua volta in precedenti sentenze della nostra Giustizia – meriterebbe a questo punto di essere riscritta.

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